“Non dire gatto sin che non ce l’hai nel sacco”.

Così recita un famoso proverbio, e così verrebbe da dire pensando all’ennesima presa di posizione di Orban. Il Presidente ungherese, infatti, con una decisione che sa di ricatto verso la UE e gli altri Paesi membri, ha deciso di porre un nuovo veto all’avvio del 6° pacchetto di sanzioni sino a quando il Patriarca della Chiesa russa, il filo putiniano Kirill, non verrà escluso dai provvedimenti da cui è stato colpito, al pari dei rappresentanti della Duma e di molti oligarchi.Pacchetto, peraltro, già molto discusso, il cui accordo è stato frutto di mediazioni infinite. Rimangono, inoltre, ancora da definire alcuni dettagli tecnici sui tempi e sulle modalità di attuazione della deroga dell’embargo, che inizierà nel gennaio 2022, a favore, oltre che dell’Ungheria, anche di Slovacchia e Repubblica, tutte senza sbocchi sul mare. Ma la preoccupazione è che il leader ungherese voglia in questo modo raggiungere un altro obiettivo: assicurarsi l’erogazione dei fondi del PNRR (che, come per tutti gli altri Paesi beneficiari, dovrebbe avvenire solo al raggiungimento di precisi obiettivi legati a programmi di riforme) al suo ok al piano sanzionatorio.

Di pari passo prosegue l’escalation militare. Con le truppe russe sempre più padrone del Donbass, con alcune città, sull’esempio di Mariupol, praticamente rase al suolo, anche se formalmente sotto il controllo ucraino – vedi Severodonetsk, l’occidente sta aumentando le forniture di armi “ad alta precisione” all’esercito ucraino, come i missili americani “Himars” (High mobility artillery rocket system), batterie montate su camion con un’autonomia massima di 70km. Biden, preoccupato della reazione di Mosca, si è subito premurato nel confermare che gli USA non forniranno armi di “attacco” in grado di colpire la Russia (lo stesso Zelenskji ha dichiarato che l’Ucraina non ha nessuna intenzione di “attaccare” la Russia, bensì il suo unico obiettivo è la difesa del proprio territorio).

Intanto, come prevedibile, la guerra non fa bene a nessuno.

Non fa bene alla Russia, la cui economia, come confermano i dati di aprile, è entrata in recessione, con il PIL sceso, su base annua, del 3%. La previsione è che la caduta, per il 2022, sarà del 10% (- 1,5% nel 2023), con un’inflazione che, sempre nell’anno in corso, dovrebbe attestarsi al 16,4% (non a caso le vendite al dettaglio, non certo comunque solo a causa dell’inflazione, ad aprile sono crollate del 9,7%).

E non fa bene neanche al resto del mondo (per lo meno quello occidentale).

Oramai è certo che il PIL, rispetto alle stime di inizio anno, sarà ovunque in calo, con la crescita che sarà, di fatto, una sorta di prosecuzione dei risultati oltre le stime del 2021 (un po’ come se, dopo aver lanciato l’auto a 150km orari, rilasciassimo l’acceleratore: non è che di colpo la macchina si ferma, l’inerzia farà si che proseguirà la sua marcia, seppur con un rallentamento sempre più marcato, per diverse centinaia di metri). Come è altrettanto certo che tutte le banche centrali (parliamo sempre di quelle dei Paesi occidentali, diverso è il discorso per altre, come quella cinese, dove, come sappiamo, il recente lockdown ha colpito pesantemente) stiano intervenendo, “riscrivendo” le politiche monetarie (è di ieri la decisione della Banca canadese di rialzare i tassi dello 0,50%, portandolo il tasso ufficiale all’1,50%). A breve toccherà alla BCE: il Consiglio Direttivo che si riunirà il 21 luglio una prima volta e di nuovo l’8 settembre, dovrebbe deliberare un ritocco dello 0,25% per ogni data, salvo ulteriori, violenti, balzi all’insù dell’inflazione (oggi, nell’area UE, all’8,1%), nel qual caso l’intervento sarebbe dello 0,50%.

In questo contesto si inseriscono le allarmanti dichiarazioni di Jamie Dimon, CEO di JP. Morgan, secondo il quale si sta preparando un “uragano economico”, causato dalla formidabile azione restrittiva delle Banche Centrali (in primis la FED), che sarà causa, a suo parere, di una fortissima recessione, con un nuovo shock petrolifero, che potrebbe portare i prezzi anche sino a $ 175. Va detto che non la pensa allo stesso modo uno dei più importanti strategist della stessa banca d’affari americana, Marko Kolanovic, che ha affermato che  potremmo assistere, nei prossimi mesi, ad un graduale recupero di Wall Street, con lo S&P 500 che potrebbe essere tornato alle quotazioni di fine 2021.

Intanto da ieri la Banca Centrale americana non acquisterà più titoli, lasciandoli invece scadere, in modo da ridurre il bilancio federale, che ha raggiunto i $ 9.000 MD. Forse anche questa è la causa del nuovo rialzo del rendimento del treasury, che ha toccato il 2,92%.

Ieri, soprattutto a causa delle affermazioni del n. 1 di JP. Morgan, gli indici americani hanno chiuso in territorio negativo (Nasdaq – 0,74%, Dow – 0,54%).

Questa mattina mercati del Far East contrastati: in leggero calo il Nikkei (- 0,16%), tiene Shanghai (+ 0,41%), in caduta invece Hong Kong (- 1,08%).

Futures invece con il segno verde ovunque (oggi anche il nostro mercato sarà aperto, per quanto, presumibilmente, le contrattazioni sarà piuttosto ridotte).

Innesta la retromarcia il petrolio, dopo la notizia che l’Arabia Saudita potrebbe compensare la minor produzione russa: WTI a $ 113,21, – 1,87%.

Leggero rialzo per il gas naturale, a $ 8,768 (+ 0,53%).

Oro che interrompe la striscia negativa, riportandosi a $ 1.855 (+ 0,29%).

Spread a 201 bp, con il BTP al 3.20% di rendimento. A proposito di BTP, il MEF ha confermato che la durata del prossimo BTP Italia, in collocamento dal 20 al 22 giugno, sarà di 8 anni, con un premio fedeltà che potrà essere dell’1% per chi tenesse il titolo sino alla scadenza (28 giugno 2030): lo 0,4% verrà erogato, per chi avrà tenuto il titolo, alla fine del 4° anno, il restante 0,6% alla scadenza.

€/$ a 1.068, con il $ in frazionale rafforzamento.

Bitcoin che ritorna, seppur di pochissimo, sotto la soglia dei $ 30.000: $ 29.990, – 5%.

Ps: giornata epica per lo sport ucraino. La nazionale ucraina, infatti, ha sconfitto, nella semifinale play-off per la qualificazione ai mondiali del Qatar di quest’autunno, la Scozia. Domenica a Cardiff, nella partita decisiva, affronterà il Galles: se dovesse vincere, si aprirebbero le porte del torneo. C’è da credere che la spinta, per quanto a distanza, di decine di milioni, se non centinaia, di persone qualcosa abbia contato (e continuerà a contare).

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ultimo aggiornamento: 02-06-2022


God save the Queen

E sanzioni siano.