Il faticoso accordo sull’embargo si presta a molteplici letture.

C’è chi lo vede come un successo, in quanto ribadisce una soluzione che supera i differenti punti di vista tra i 27 Paesi membri, confermando il “fronte comune” della UE e, seppur tra circa 8 mesi, andrà a penalizzare la Russia. E chi, invece, lo vedo come un compromesso al ribasso: innanzitutto perché va a favorire alcuni Paesi (tra cui, non a caso, l’Ungheria di Orban, forse il leader più “putiniano” d’Europa dopo Lukashenko, il Presidente della Bielorussia, praticamente un Paese “satellite” di Mosca), che continueranno a ricevere il petrolio estratto in Siberia. Poi perché se è vero che la Russia ne sarà penalizzata, lo sarà, da un punto di vista prettamente finanziario, marginalmente (si parla di circa € 10MD all’anno su un totale di incassi da forniture energetiche pari ad € 270 MD). In terzo luogo, se ne parlerà, appunto, tra circa 8 mesi: vero che questo arco di tempo consentirà all’Europa di trovare soluzioni alternative, ma lo stesso discorso vale per Putin, che, infatti, sta già muovendo la propria diplomazia per individuare nuovi mercati (come per esempio l’India). Intanto, sulla notizia delle nuove sanzioni, il prezzo del petrolio è tornato ai massimi di mercato, con il Brent a circa $ 120 (WTI $ 115), anche sulla fine dei lockdown cinesi, con le attività economiche di quel Paese in ripresa. Va detto, peraltro, che il petrolio russo si vende, mediamente, a circa $ 30/35 meno rispetto ai prezzi di mercato, e questo potrebbe portare a incassi un po’ inferiori per le casse russe. Inoltre, le nuove sanzioni vietano alle Compagnie di Assicurazioni Europee di stipulare polizze sulle navi russe. Aspetto questo che qualche ulteriore, e serio, problema alla Russia: sarà determinante che il Regno Unito si aggiunga alla scelta della UE (il 95% delle coperture assicurative vengono stipulate a Londra), e a quel punto la Russia potrebbe avere gravi difficoltà ad inviare forniture petrolifere anche a Paesi extra-UE.

I dati sull’inflazione confermano, ancora una volta, l’eccezionale gravità della situazione.

In Europa è stato raggiunto l’8,1%, dal 7,4% di aprile: ancora una volta la causa principale è stato il balzo della componente energetica, cresciuta, su base annua, del 39,2% (2% su base mensile). Forte rialzo anche per l’inflazione core (quella che non prende in considerazione l’energia e i prodotti alimentari non lavorati), passata dal 3,9% al 4,4%. Nell’area UE, ad aprile, il 75% dei prodotti che costituiscono il “paniere” è aumentato di oltre il 2%. Si da quindi per scontato che anche la BCE inizi la sua “battaglia”, con un aumento dei tassi che, tra luglio e settembre, dovrebbe essere pari allo 0,50%, portando quindi a zero il livello. Va detto, comunque, che lo swap 1y1y, che rappresenta la proiezione “running” a 1 anno, vede l’inflazione al 3%, non troppo sopra, quindi, il livello “target” del 2%.

Con oggi dovrebbero allentarsi le misure restrittive che hanno colpito Shanghai e altre megalopoli cinesi, che hanno imposto lockdown di oltre 2 mesi tra i più duri che si ricordino: ieri, infatti, pare si siano registrati, a Shanghai, solo 29 casi dai 20.000 dei giorni più difficili. E’ cominciata, quindi, la “conta” dei danni: Nomura, forse la più grande banca d’affari giapponese, stima in $ 900 MD il deficit generato da quarantena e frenata dell’economia. Tutti i parametri, come plausibile, sono peggiorati rispetto al mese precedente: in calo la produzione industriale e i nuovi ordini, in diminuzione l’occupazione  e il PMi, sceso per il 3° mese consecutivo, oltre, ovviamente, il sentiment degli operatori. Ci si attende che, con la fine delle chiusure, la ripresa si manifesti con forza, sostenuta magari anche dalle autorità monetarie.

Indici del Far East contrastati questa mattina. In rafforzamento il Nikkei, che cresce dello 0,65%, mentre è in calo la great China (Hong Kong – 0,79%, Shanghai – 0,31%). In rialzo Corea del Sud e India.

Ieri sera Wall Street, dopo una giornata in altalena, ha chiuso leggermente negativa (Nasdaq – 0,31%, Dow Jones – 0,67%, S&P 500 – 0,63%). A proposito di S&P, il mese di maggio si è chiuso praticamente sulla parità, pur essendo stato un periodo particolarmente volatile: su 21 sedute, ben 8 hanno avuto oscillazioni superiori al 2%.

Futures poco mossi negli scambi che precedono le aperture: positivi quelli europei, mentre si trovano sulla parità quelli statunitensi.

Materie prime ancora sugli scudi: petrolio (WTI) a $ 115,68, in salita dello 0,78%, gas naturale a $ 8,344 (+ 2,30%).

Oro che torna sui suoi passi, a $ 1.836, – 0,72%.

Spread sempre a 198,90, con un rendimento del BTP però salito a 3,14%. In una nota, ieri il Ministero del Tesoro ha confermato la nuova emissione del BTP Italia (collegato all’inflazione italiana). La durata dovrebbe attestarsi sui 7-8 anni, e non sulle 2 scadenze a 6-10 anni come emerso dalle prime informazioni, con il periodo di collocamento tra il 20 e il 23 giugno (24 giugno riservato agli Istituzionali).

In crescita anche il Treasury Usa, che si porta 2,86% (da 2,84%).

€/$ sempre oltre 1,07 (1,0715).

Tiene quota $ 31.000 il bitcoin (31.588, + 0,34%).

Ps: iniziano domani i festeggiamenti per il giubileo (di platino) della Regina Elisabetta, che celebra 70 anni di trono, come mai nessuno nella storia. Quattro giorni di feste, con ferie pagate per tutti. Ormai siamo entrati nell’ottavo decennio di regno: quando, nel 1957, venne lanciato il primo satellite nello spazio lei c’era. E oggi, epoca in cui qualcuno (Elon Musk, e chi se non lui) sta progettando il primo volo su Marte, lei è ancora tra noi. God save the queen.

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ultimo aggiornamento: 01-06-2022


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