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Direttore: Alessandro Plateroti

Rialzo dei tassi e reazioni dei merdfadti

rubli

Mentre si aprono spiragli per la pace (anche se nella giornata di ieri i russi hanno raso al suolo il Teatro di Mariupol, città “simbolo” delle atrocità che si stanno compiendo in Ucraina, dove si teme ci fossero oltre un migliaio di civili, tra cui molti bambini), con una proposta, da parte russa, di un piano per il cessate il fuoco che prevede 15 punti di discussione (il più importante la “neutralità” dell’Ucraina), ha preso il via il “processo di normalizzazione” monetaria da parte delle Banche Centrali.

A dire il vero, il cammino è già iniziato nei mesi scorsi, con alcune Banche Centrali dell’area del Pacifico (Australia, Nuova Zelanda) e, in Europa, la Bank of England che hanno ritoccato verso l’alto i tassi.

Il “peso” della FED, e quindi la sua capacità di “influenza”, peraltro, è fuori discussione, essendo un punto di riferimento per tutti gli organismi monetari.

Come previsto, Powell ha limitato l’intervento allo 0,25%, per quanto il voto non sia stato unanime: James Bullard, Presidente della FED di St. Louis, infatti, spingeva per un aumento dello 0,50%. Le previsioni vanno dai 6 ai 7 ritocchi, tutti nell’ordine dello 0,25%: se così fosse, a fine anno ci troveremmo con i tassi USA tra l’1,50 e l’1,75%. Certo molto dipenderà da quanto succederà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi a livello macro-economico.

Il conflitto ucraino, ormai è chiaro, porterà, soprattutto in Europa, ha una crescita inferiore a quella data per certa nelle previsioni di fine anno: per gli USA, per quanto “lontani” dal territorio di guerra (e soprattutto quasi indifferenti alle forniture energetiche russe, tant’è vero che la settimana scorsa il Presidente Biden ne ha deciso il blocco totale), si traduce in una riduzione dal 4% al 2,8% (non così poco:  in termini percentuali siamo al – 30%). Non è solo la guerra a preoccupare: nei giorni scorsi, per esempio, la Cina ha “messo sotto chiave” città non solo molte popolose (Shenzen ha circa 17,5 ML di abitanti), ma anche distretti produttivi, soprattutto nell’ambito tecnologico, fondamentali, che potrebbe impattare, se dovesse protrarsi per tempi più lunghi rispetto alla settimana prevista, sull’economia.

Il “nemico” principale (oltre a Putin…) è l’inflazione: nonostante il fortissimo balzo che l’ha portata, in USA, a toccare il livello record del 7,9%, la FED prevede che per quest’anno la media sarà del 4,3%, per scendere al 2,7% l’anno prossimo e al 2,3% quello successivo (le precedenti proiezioni prevedevano rispettivamente 2,6%, 2,3% e 2,1%). Obiettivi “target” che sarà possibile raggiungere attraverso la stretta monetaria appena avviata, che arriva, va ricordato ancora una volta, dopo anni di politica espansiva senza precedenti (basti pensare che il debito pubblico americano è aumentato, solo tra il 2020 e il 2021, di oltre $ 5.000MD).

Nei mesi scorsi grande era la preoccupazione, tra operatori e risparmiatori, che il ritorno all’austerità monetaria potesse provocare la fuga dai listini azionari alla ricerca di “lidi sicuri”. Ma se guardiamo a come hanno reagito i mercati in occasioni simili, scopriremo che le preoccupazioni sono assolutamente esagerate, se non, forse, fuori luogo.

La prima considerazione da fare è che i tassi, per quanto quelli nominali siano in aumento, rimangono al momento abbondantemente negativi. Il calcolo, parlando di Stati Uniti, è piuttosto semplice: se è vero che a ieri l’inflazione era al 7,9% e il rendimento del treasury al 2,13% (il giorno prima al 2,18%), ciò significa, semplice calcolo matematico, che il tasso reale è negativo per circa il 5,6%. Ovviamente, questa è una “fotografia” statica a ieri, per cui non può essere presa come verità assoluta (andrebbe presa la “media”, sia dell’inflazione che dei tassi), ma può aiutare a comprendere la “non convenienza” a investire in asset che, almeno in partenza, di certo non faranno guadagnare (in realtà, per gli investitori esteri, che comprano quindi $, subentra anche la componente cambio, di certo non irrilevante).

Osservando gli ultimi 8 episodi in cui la FED è intervenuta rialzando i tassi, scopriamo che lo S&P 500, il listino “per eccellenza”, nei primi 3 mesi ha reagito positivamente nel 50% dei casi, mentre nei 6 mesi il rialzo è avvenuto nel 75% dei casi. Se passiamo ai 12 mesi, arriviamo al 100%: in tutti gli 8 periodi (dal 1983 ad oggi) il mercato è salito, e anche non di poco. Il rialzo medio, nei primi 3 mesi, è stato del 2,7%, percentuale che sale al 7,5% a 6 mesi, per arrivare a ben il 10,8% nei 12 mesi successivi all’’inizio del rialzo. Stessa cosa è successa in Europa, seppur l’Europa di 40 anni non fosse certo quella attuale.

Ecco perché la maggior parte degli analisti è convinta che gli asset ritenuti di “rischio” (quali, appunto, gli indici azionari) possano dare soddisfazioni ben maggiori rispetto a quelli definiti “difensivi”. Fermo restando, va detto ancora una volta, quanto potrà succedere relativamente al conflitto nell’Est dell’Europa e all’inflazione (che anche da noi non scherza, essendo ormai al 5,7%, animata com’è da materie energetiche, trasporti e alimentari).

Continua, dopo il forte rimbalzo di ieri, la corsa degli indici asiatici.

Le borse del Far East si avviano verso un’altra chiusura trionfale: il Nikkei viaggia intorno al + 3,46%, Shanghai al momento è a + 1,4%, mentre Hong Kong replica la marcia trionfale di ieri, a + 5,58% (però ricordiamo che tra lunedì e martedì aveva perso circa il 10%).

Ieri chiusura molto positiva per gli indici USA, confortati dall’assenza di “sorprese” da parte della FED: il Nasdaq ha chiuso ai massimi di giornata (+ 3,70%), mentre il Dow Jones ha fatto segnare + 1,55%.

Futures positivi anche nei primi scambi di giornata.

Si è stabilizzato il petrolio, con il WTI a $ 97,21 (questa mattina in rialzo del 2%).

Gas naturale a $ 4,715 ( – 0,84%).

Si riprende l’oro, a £ 1.934 (+ 1,22%).

Spread a 148 bp, con il BTP intorno all’1.85%.

Treasury a 2,13%.

Stabile l’€/$, a 1,1041.

Bitcoin sopra i $ 40.000 (40,760, + 2,90%).

Ps: si terrà a giugno a Milano, dopo 2 anni di pandemia, il Salone del mobile, ormai l’evento fieristico più importante per il capoluogo lombardo e per l’Italia. Sarà, probabilmente, un’edizione da record, con oltre 2.000 marchi presenti. E, quasi sicuramente, milioni di visitatori.

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ultimo aggiornamento: 17 Marzo 2022 8:11

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