La lingua batte dove il dente duole.

Per quanto si cerchi di “andare oltre”, alla fine si torna sempre a parlare del “presente”. Le implicazioni sul quotidiano dell’inflazione e le possibili conseguenze, nel breve più che nel medio termine, delle politiche monetarie in corso di attuazione continuano, infatti, a “tenere banco”.

Un’incertezza che condiziona l’umore degli investitori, come è successo nella giornata di ieri (per quanto, al termine delle contrattazioni, tutte si siano lasciate alle spalle i minimi di giornata, arrivando a sfiorare la parità, se non, in alcuni casi, superarla).

Umori che, come è evidente, non possono prescindere dai risultati aziendali. In questi giorni sono in corso di pubblicazione le trimestrali USA, riferite all’ultimo trimestre del 2022. Si è detto ieri di Microsoft, che ha comunicato ricavi inferiori alle attese: le dimensioni della società, vero e proprio “benchmark”, non potevano lasciare indifferenti i mercati, che, infatti, in apertura ne sono risultati zavorrati. E non passa giorno in cui non si apprenda di molte aziende, soprattutto nel settore tech, che non decidano di “lasciare a casa” dipendenti e/o collaboratori: è di due giorni fa la notizia che Spotify, leader della musica digitale, taglierà del 6% (600 persone) i propri dipendenti. Altre, invece, operanti in settori più “resilienti”, sono costrette a scelte opposte, rivolte a “trattenere” i propri lavoratori. E’ il caso, per esempio, di Walmart, la maggiore catena “retail” degli USA, che ha deciso di aumentare, dal prossimo mese di marzo, la paga oraria minima, portandola da $ 12 a $ 14 l’ora.

Due esempi diametralmente opposti. Il primo fotografa una situazione che, se non è ancora problematica, rischia di diventarla: nelle scorse settimane aziende ben più importanti, operanti a livello “globale” (vd Amazon) hanno comunicato la scelta di lasciare a casa migliaia di lavoratori. Il secondo richiama l’attenzione sul rischio che l’aumento dei prezzi si “trasferisca” sulle dinamiche salariali, rendendo, quindi, “acquisita” l’inflazione, che, a quel punto, diventerebbe ben più arduo sconfiggere.

Si può ben comprendere, quindi, il “labirinto” in cui si trovano le Banche centrali: scegliere una piuttosto che l’altra via può portare ad una via d’uscita ovvero, nel migliore dei casi, a “girare intorno”, tornando sui propri passi nel tentativo di trovare nuove strade. Il prossimo 1 febbraio si riunirà la Federal Reserve, seguita il giorno successivo dalla BCE. L’occasione per i 2 Presidenti, Jerome Powell e Christine Lagarde, di confermare, come i mercati si aspettano, il nuovo rialzo dello 0,50%, ma, soprattutto, pronunciarsi sugli indirizzi che si vorranno prendere. Negli Usa si sta facendo largo l’ipotesi che, a fine anno, i tassi si fermino al 4,5%, meno, quindi, a quel 5/5,10% che molti operatori indicavano come punto di arrivo. E anche in Europa le certezze “lagardiane” sembrano  un po’ scalfite dalle parole di alcuni membri del Comitato Esecutivo (come, per esempio, il nostro Fabio Panetta), che invitano alla prudenza e, soprattutto, a non fare “programmi” sulla base di dati troppo “futuribili” (e quindi con maggior probabilità di essere disattesi), bensì basandosi sui numeri che, mese dopo mese, emergono.

Un’indicazione potrebbe essere quella proveniente dalla Banca Centrale del Canada, che un paio di giorni fa è vero che ha ulteriormente aumentato i tassi di 25 punti, portandoli al 4,50%, il massimo da oltre 15 anni, ma ha anche detto che a questo punto “si prenderà una pausa” prima di nuove mosse, comunque legate all’andamento dei prezzi (scesi, in quel Paese, dall’8,1% di novembre al 6,3% di dicembre). In Europa lo “swap rate” sull’inflazione di fine anno 2023 si è portato tra il 2,3% e il 2,5%, livelli non lontani, quindi, dal “target” del 2%, sulla spinta del continuo calo dei prezzi dell’energia (ieri il gas naturale europeo ha chiuso a € 56,20 per megawattora, in ulteriore calo del 4,6% rispetto al giorno precedente). Non per questo la scelta di un “accomodamento” dei tassi è scontata,  a maggior ragione dopo che in Germania l’indice IFO sulla fiducia si è portato 90,2, mentre il Governo ha rivisto al rialzo le stime sul PIL, visto a + 0,2% rispetto al – 0,4% precedentemente indicato. Allo stesso tempo, l’inflazione dovrebbe assestarsi intorno al 6%, un livello oggettivamente ancora troppo altro. Tutti indicatori che confermano che il rischio di una recessione al momento non è così forte: un motivo in più che potrebbe spingere i “duri” della BCE a far prevalere la tesi della necessità di nuovi inasprimenti.

Piano piano tornano alla “normalità” i mercati asiatici, “ostaggio” del Capodanno cinese.

Oggi è la volta di Hong Kong, con l’indice Hang Seng che guadagna più del 2% (2,04), seguito dal Kospi di Seul (+ 1,4%). In leggero calo Tokyo, dove il Nikkei scende dello 0,2%. Ancora chiusa la Cina, mentre oggi “riposano” l’India e l’Australia.

Futures ovunque con il segno più.

Sul fronte materie prime, il petrolio si mantiene “in quota”, con il WTI a $ 80,45 (+ 0,26%).

Nuova caduta del gas naturale Usa, che scende a $ 2,796 (- 4,36%).

Oro ai massimi da aprile 22, anche se questa mattina è in calo frazionale (– 0,09%, $ 1.942,7).

Spread a 189 bp, con il BTP sempre tra il 3,90 e il 4%.

Bund a 214.

Treasury a 3,43%, in calo rispetto al 3.46% di ieri.

€/$ a 1,091, con l’ai massimi da aprile 2022: da settembre la moneta unica si è rafforzata, contro la valuta americana, di oltre il 14%.

Bitcoin che torna, seppur di poco, sopra i $ 23.000 (23.053).

Ps: che l’Italia ormai sia un “Paese per vecchi” lo si è capito. I bambini sono sempre meno (nel 2022 le nascite sono scese sotto le 400.000, nuovo primato negativo) e per di più fanno sempre meno sport. Un rapporto dell’Ocse attesta che siamo, tra gli adulti, la quarta nazione più sedentaria (tra 36); tra gli adolescenti, fascia di età 11-15 anni, addirittura siamo al 1° posto, con il 94,5% che non raggiunge i 60’ di attività quotidiana, il tempo consigliato per quella fascia di età. Il risultato è che oltre il 42% dei bambini è in sovrappeso (siamo in buona compagnia, visto che gli Usa ci superano in questa classifica). In compenso lo sport i ragazzi amano guardarlo (in TV).

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ultimo aggiornamento: 26-01-2023


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