Ancora una volta, come ormai succede da tempo, ieri è andata in scena quella che si può definire la “dicotomia” dei mercati.

La diffusione di alcuni dati macro-economici americani ha, infatti, “affossato” il mercato azionario Usa, trascinando al ribasso anche quelli europei. Il principale indiziato, ancora una volta, è il PIL: a fronte di attese per una crescita trimestrale del 2,9%, dopo che per 2 trimestri l’economia statunitense aveva conosciuto una “recessione tecnica”, con cali dell’1,6% e dello 0,6%, nel terzo trimestre (quindi di fatto un dato già ampiamente datato), il risultato è stato del 3,2%. Se a questo aggiungiamo l’andamento del mercato del lavoro (questo sì puntuale), più solido del previsto, con richieste settimanali di sussidi di disoccupazione cresciuti meno di quanto stimato, la “frittata” è fatta. Ecco, quindi, che il Nasdaq arretra del 2,49% (ma ad un certo punto della seduta era arrivato a perdere quasi il 4%) e il Dow Jones perde l’1,05%, con lo S&P 500 a – 1,45%.

La preoccupazione degli operatori e degli analisti è che questa nuova prova di “resilienza” dell’economia Usa (detto per inciso, si prevede che anche il quarto trimestre possa riservare sorprese positive, con un’ulteriore crescita del 2,7%) allontani il momento dell’inversione della marcia sul tema tassi da parte della FED. Preoccupazione resa ancora maggiore dal calo della liquidità presente sui mercati, l’altro vero propulsore, insieme ai “tassi zero”, dei mercati negli ultimi anni, calo iniziato dopo che la Banca Centrale Usa (con quella europea che già ha detto che in primavera si “accoderà”) ha dato il via alla riduzione del proprio bilancio.

Probabilmente il “best case” per i mercati, un po’ paradossalmente, sarebbe vedere scendere contemporaneamente l’inflazione (e questo è comprensibile) e il PIL in giro per il mondo (o almeno nei Paesi con le economie di più forti): essendo nota la loro visione “anticipatoria”, si proietterebbero già oltre la fase recessiva che, a quel punto, sarebbe certificata. Invece si assiste sì ad una riduzione dell’inflazione, come gli ultimi dati hanno certificato, ma l’economia continua a crescere ad un ritmo sostenuto (o almeno più sostenuto delle previsioni). Cosa che, ovviamente, porta con sé alcune conseguenze, quali, per esempio, una tenuta se non un aumento dei consumi (e i primi dati sulle vendite natalizie sembrano confermare questa tendenza), con il rischio di rendere più difficile il calo dei prezzi. E se il calo dei prezzi continua a far fatica a procedere, potrebbero di nuovo prendere forza i “falchi”, vale a dire coloro che spingono per nuovi rialzi più sostenuti dei tassi, dopo che la settimana scorsa sia la Fed americana che la BCE hanno leggermente alzato il piede dall’acceleratore, fermandosi ad un rialzo dello 0,50% anziché dello 0,75% come successo nelle precedenti occasioni (in questo forse potrebbe assumere una certa importanza l’insegnamento che deriva guardando al passato: negli anni 70/80 il mondo si trovava in una situazione simile, con un’inflazione a 2 cifre, ma le Banche Centrali, appena vedevano “restringersi” la crescita, preoccupate dalla recessione, fermavano presto i rialzi dei tassi, “liberando” altra inflazione). Anche se, ricordiamolo ancora una volta, entrambe (ormai sono quasi “obbligate” ad andare a braccetto) hanno ribadito che i rialzi non sono ancora finiti e, soprattutto, che (i tassi) rimarranno alti per un periodo più lungo del previsto. Dichiarazioni che hanno dato il via alla nuova fase di vendite (sell off) che ha coinvolto tutti i mercati. Va anche detto, peraltro, che, avvicinandosi la chiusura d’anno, molti operatori tendono “a far pulizia” nei portafogli, per poi “costruire” i nuovi portafogli alla luce di quelle che saranno le prospettive per il prossimo anno. Quindi, sotto certi aspetti, le vendite di questi giorni potrebbero anche essere “figlie” della volontà di creare una riserva di liquidità per essere pronti ad investire con l’anno nuovo su quei settori (o su quegli asset) meglio considerati dagli analisti per il 2023.

Come detto, ieri giornata piuttosto pesante per i mercati occidentali.

Questa mattina le borse asiatiche si adeguano alle chiusure occidentali, seppur con cali molto meno evidenti: la peggiore, al momento, è quella di Tokyo, dove il Nikkei perde circa l’1%, che limita allo 4,6% circa la perdita settimanale. Appena sotto la parità, invece, sia Hong Kong che la Cina: l’Hang Seng scende dello 0,33%, limitando allo 0,5% il rialzo della settimana, mentre Shanghai perde lo 0,28%, portando al 3,3% la discesa settimanale.

Futures al momento positivi sulle due sponde dell’oceano.

Petrolio sempre “tonico”, con il WTI a $ 78,37.

Gas naturale Usa a $ 5,037 (+ 0,30%).

Sul tema del gas va detto che ieri quello europeo ieri ha toccato il minimo da circa 10 mesi a questa parte, portandosi, quindi, quasi ai valori pre-guerra (€ 91,9 al megawattora contro gli 88,5 fatti segnare il 23 febbraio, vigilia dell’attacco russo all’Ucraina). Due i motivi che hanno portato all’ulteriore calo delle quotazioni: l’elevata percentuale degli stoccaggi, con i serbatoi europei pieni all’83% (84,2% l’Italia) e il “price cap” deciso dall’Europa, per quanto ad un valore doppio (€ 180) rispetto al prezzo segnato ieri allo snodo di Amsterdam.

Oro a $ 1.806, + 0,50%.

Spread sempre oltre i 210 bp. BTP ad un rendimento pari a circa il 4,45%.

Treasury a 3,68%.

Sul fronte valutario, €/$ a 1,0628.

Sempre “piatto” il Bitcoin, a $ 16.851. Parlando di criptovalute, Sam-Bankman Fried, il fondatore di Ftx, grazie ad una maxi-cauzione di $ 250 ML (ma non aveva detto che non deteneva più nulla?) è uscito dal carcere ed è agli arresti domiciliari.

Ps: dunque negli Usa Google si è aggiudicata i diritti televisivi, per i prossimi 7 anni, per la National Football League (NFL). Il prezzo pagato è “solo” di $ 14 MD, pari a $ 2 MD all’anno. Il pacchetto, conosciuto come Sunday Ticket, sarà l’unica possibilità, per i telespettatori americani, di poter guardare alle partite della domenica pomeriggio.

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ultimo aggiornamento: 23-12-2022


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