300 trilioni di $. Tradotto: trecento mila miliardi. A tanto ammonta, più o meno (praticamente impossibile una stima precisa), il debito globale mondiale, composto da debito pubblico e privato, per un rapporto debito/PIL pari al 350%, che dovrebbe, alla fine di quest’anno, toccare il 352% (il che significa che il PIL mondiale si aggira intorno a $ 87.000 MD). In questa speciale, ma non entusiasmante, classifica, l’Italia ha numeri leggermente migliori, posizionando il proprio rapporto al 313,5%, a poco più di $ 6.000 MD di debito totale. Gli Stati Uniti, tanto per dire, svettano a $ 87.000 MD.

Riuscirà mai il mondo a “sdebitarsi”? Difficile, molto difficile. Per farlo, ci vorrebbero anni, se non decenni, di politiche monetarie talmente rigorose che definire “lacrime sudore e sangue” non sarebbero sufficienti a spiegare. E che, soprattutto, “ammazzerebbero” l’economia, portando il mondo ad una recessione globale, il che renderebbe ancora più impossibile ridurre il debito globale (che in parte – quello pubblico – verrebbe ripagato grazie alle entrate fiscali e a minori interventi statali, cose che stridono non poco con una drastica riduzione della ricchezza nazionale prodotta di anno in anno).

Dobbiamo, quindi (ma lo stiamo già facendo), imparare a “convivere” con la montagna di debito che ci opprime, sperando che non arrivi a franare. Poveri ma felici (almeno un po’) verrebbe da dire.

Certamente, in questi casi, l’inflazione può esserci di aiuto, assumendo una valenza meno negativa rispetto al suo impatto sulla nostra vita: tanto maggiore è, infatti, e tanto maggiore sarà la perdita del valore del debito (il valore nominale del debito rimane invariato, mentre diminuisce il suo valore reale, mentre, dall’altra parte, tradizionalmente  l’inflazione spinge verso l’altoi redditi). Questo solitamente è l’unico effetto positivo che si ha con alta inflazione: entro certo limiti (2/2,5%) si traduce in effetti positivi sull’economia, essendo la conferma di una crescita stabile, derivante da buoni livelli occupazionali, altrettanto buoni consumi delle famiglie e investimenti da parte delle imprese.

Dall’altra parte, possiamo ben comprendere quali siano le conseguenze se i tassi dovessero crescere a livelli insostenibili.

Al di là del costo dei mutui, forse l’aspetto che più coinvolge e interessa le famiglie, a diventare particolarmente oneroso sarebbe il debito per le aziende, che sarebbe costrette, per finanziarsi, a pagare un livello di interessi sempre più alto, con il rischio di default per quelle più esposte. Discorso analogo per il debito statale, con molti Paesi che non sarebbero in grado di rimborsare i prestiti, con conseguenze che ben possiamo immaginare (gli anni 2008-2011 non sono così lontani….).

Motivo in più fare in fretta a riportare la corsa dei prezzi sotto controllo.

Delicatissimo il compito dei banchieri centrali: se “schiacciano” troppo l’acceleratore, riportano sotto controllo l’inflazione, ma deprimono la crescita, portando recessione. Se hanno un atteggiamento “blando”, sostengono, almeno in apparenza la crescita, ma non frenano l’inflazione, che a quel punto rischia di “mangiare” il reddito delle famiglie.

Rimane “l’artificiosità” del mondo in cui viviamo, da cui tornare indietro sarà ben difficile.

Dopo la pesante caduta di martedì a seguito dei non buoni dati sull’andamento dell’inflazione americana, con i listini Usa che hanno fatto segnare la peggior seduta da marzo, ieri i mercati hanno positivamente sorpreso. Wall Street, dopo un andamento “ondivago” per buona parte della giornata, ha chiuso in crescita, con il Nasdaq a + 0,84% e il Dow Jones a + 0,10%. Più frammentati i mercati europei, dove il nostro indice MIB ha chiuso il rialzo (+ 0,49%), spinto dal settore bancario, mentre le altre piazze europee ha lasciato sul terreno qualcosa.

Piazze asiatiche contrastate: Tokyo si appresta a chiudere in leggera crescita (+ 0,21%), così come Hong Kong (+ 0,27% al momento), mentre è in calo la Cina (Shanghai – 1,36%). Da notare che da oggi a Chengdu (un’altra megalopoli da 21 ML di abitanti) non è più in vigore il lockdown, con riapertura di ristoranti e ripresa del trasporto pubblico (come noto da quelle parti la lotta al Covid non è finita).

Futures intorno alla parità un po’ ovunque.

Petrolio (WTI) a $ 88,40, stabile.

E’ risalito oltre i $ 9 il gas naturale Usa (9,047), anche se questa mattina è in leggera flessione.

Gas naturale europeo a € 208 per megawattora.

Cade sotto la barriera dei $ 1.700 l’oro (1.687, – 0,74%).

Spread che tiene i 229 bp, con il rendimento del BTP in area 3.90/95%.

Treasury USA al 3,42%, con il biennale al 3,80%.

€/$ che si muove appena sotto la parità (0,9963).

Bitcoin a $ 20.100, poco mosso (– 0,70%).

Ps: ieri Ursula von der Leyen ha presentato il piano diproposto agli Stati membri per fronteggiare la crisi energetica, piano che si svilupperà su 4 direttrici: risparmio energetico, contributo di solidarietà da parte delle aziende petrolifere, revenue capture (tetto ai profitti alle aziende che non utilizzano gas per produrre energia), tetto al prezzo del gas e garanzie alle aziende in crisi di liquidità per acquistare il gas. Nel suo discorso ha portato l’esempio di una piccola azienda italiana, operante nel settore della ceramica (uno dei settori più “energivori” e quindi più colpiti dalla crisi), la Ceramiche Noi di Città di Castello, costretta a modificare i propri orari, spostando la produzione agli orati più mattutini e costringendo, quindi, i propri dipendente a “levatacce notturne”. Anche questo è il “made in Italy”.

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ultimo aggiornamento: 15-09-2022


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