Ieri Fitch, una delle maggiori agenzie di rating, ha tratteggiato, per il nostro Paese, un quadro a “tinte fosche” per il prossimo anno. Nel suo Global Outlook prevede, per il 2023, un calo del PIL pari allo 0,7%, con una revisione negativa del 2,6% (le stime precedenti si posizionavano al + 1,9%), seconda solo a quella della Germania (– 2,8% il differenziale), per la quale le previsioni sono di un calo dello 0,5%, vs il + 2,3% precedente. Il deterioramento è dovuto in principal modo alla grave situazione sul fronte dell’energia, sia per quanto riguarda l’andamento dei prezzi sia la dipendenza delle forniture, per quanto i Governi di entrambi i Paesi si stiano muovendo  sulla strada “dell’emancipazione” dalla Russia. Quando si parla di dipendenza non si fa riferimento tanto alla dipendenza dalla Russia (ad agosto il  nostro import di è fermato al 9% del totale), quanto, piuttosto, alla dipendenza dalla fonte energetica. Nel nostro Paese, infatti, la produzione di energia elettrica proveniente dal gas si aggira intorno al 50%, contro una media europea del 20%. Percentuale che, in questi mesi, è stato molto difficile comprimere a causa anche di fenomeni eccezionali, come la straordinaria siccità, che ha determinato un calo di oltre il 40% della produzione energetica

Ma, a proposito di forniture energetiche, facciamo un passo indietro.

Mentre tutti conosciamo Eni piuttosto che Shell o BP, forse non tutti sappiamo di Equinor. Equinor è una delle “big 6”, le sei maggiori aziende che operano nel settore petrolifero-energetico in Europa. E’ controllata per il 67% dal Governo norvegese, il Paese europeo che maggiormente ha beneficiato della crisi energetica e dalle sanzioni verso la Russia. La sola Equinor, nel 1° semestre 2022, ha ottenuto utili “addizionali” rispetto all’anno precedente per $ 28 MD, pari al 38% delle 6 maggiori Compagnie petrolifere europee (oltre alla stessa Equinor, la nostra Eni, BP, Shell, Repsol e Total Energies). Tra il 2019 e il 2022 il segmento “esplorazione e produzione” di petrolio e gas, in Norvegia, è cresciuto del 450%, con il peso del gas più che raddoppiato. Sempre Equinor, nel 2° trimestre 22 ha aumentato la propria produzione di gas del 18% verso lo stesso periodo 2021, consentendo alla Norvegia di superare la Russia e diventare il più grande produttore europeo. Non stupisce, quindi, che la Norvegia si stia opponendo con forza alla proposta della UE di tetto al prezzo del gas. Va anche detto che la Norvegia è l’unico Paese in cui vige (dal lontano 1996) una tassa supplementare sui redditi del petrolio, pari al 56%.

Ovviamente la crescita (e delle esplorazioni e degli utili) non riguarda solo la società norvegese.

Si calcola che solo gli extraprofitti delle 6 società valgano, per il 1° semestre 2022, oltre $ 75MD, in buona parte distribuiti agli azionisti (circa $ 31MD, pari al 42%), mentre buona parte dell’enorme liquidità a loro disposizione viene utilizzata per operazioni di buy-back, vale a dire il riacquisto di azioni proprie. Solo una minima parte viene accantonata per nuovi investimenti, anche nell’ambito della transizione energetica.

Questa lunga parentesi aiuta a capire meglio i motivi che hanno portato Fitch a delineare previsioni così negative per il prossimo anno: si tenga conto, peraltro, che le cifre a cui è arrivata si basano su una stima che fissa il prezzo del gas intorno ai $ 67 megawattora, ben sotto, quindi, ai circa € 210 della chiusura di ieri. A livello europeo dovremmo assistere ad una crescita negativa dello 0,1%, mentre meglio andrebbe per la crescita mondiale, positiva per l’1,7% (comunque in calo verso il 2,7% precedente).

Insomma, anche secondo Fitch si preparano “venti di recessione”. Una recessione che per ora non si vede ancora nella nostra quotidianità, se non fosse per un aumento delle bollette che costringe i governi a sempre maggiori interventi per sostenere le imprese e le famiglie. Solo l’Italia dovrebbe spendere, nel 2022, circa € 33MD (pari all’1,9% del PIL) attraverso crediti di imposta, riduzione delle accise, riduzione bollette luce e gas con allargamento della platea di famiglie che ne possono beneficiare, rateazioni etc. Proprio oggi, a tal proposito, si terrà il Consiglio dei Ministri che dovrebbe dare il semaforo verde al nuovo piano di aiuti da € 13,6MD (senza scostamento di bilancio). E meno male che non ci sarà scostamento: già così a luglio, come certificato da Bankitalia, il nostro debito pubblico ha “sfondato” quota 2.770 MD (€ 2.770,5 MD per la precisione), + 3 rispetto a giugno, nonostante un forte aumento delle entrate, pari a + € 43MD rispetto al periodo gennaio-luglio 2021.

Ieri nuova giornata non semplice per i mercati. Wall Street ancora una volta è uscita penalizzata da dati macro che fotografano un’economia sempre in buona salute, con i consumi che tengono e un calo delle richieste di sussidi di disoccupazione, a conferma di una situazione del lavoro sempre positiva. Ne consegue che, secondo gli operatori, sarà sempre più difficile, per la FED, venir meno al proprio impegno nella lotta all’inflazione. Comunque l’attesa durerà poco, visto che la settimana prossima (20-21) si riunirà il Comitato Direttivo, che dovrebbe sancire il nuovo aumento dei tassi (quasi scontato un + 0,75%, ma il rischio è che “scali” all’1%). Nasdaq, quindi, a – 1,71%, Dow Jones – 0,56%, S&P 500 – 1,13%.

Debolezza che contraddistingue anche la mattinata asiatica: Nikkei – 1,11%, Hong Kong al momento – 0,71%, mentre più pesante è Shanghai, a – 2,11%.

Nulla di buono, al momento, anche per i futures, ovunque negativi, che lasciano presagire una giornata all’impronta della volatilità.

Materie prime in frazionale movimento: petrolio (WTI) a $ 85,53 (+ 0,39%), gas naturale Usa di nuovo verso i $ 8 (8,305), mentre l’oro conferma la sua fase involutiva, scendendo a $ 1.658, minimo da 2 anni.

Non si muove lo spread (228 bp), quasi incurante delle elezioni che si avvicinano, e delle negative previsioni sulla crescita: BTP a 4,03% di rendimento, con il bund tedesco a 1,75%.

Treasury a 3,44%, dopo che ieri ha toccato il 3,50%, mentre non si ferma la salita del biennale (3,88% da 3,80%).

€/$ sempre appena sotto la parità (0,9987).

Torna sotto quota 20.000 il bitcoin ($ 19.978, – 1,64%).

Ps: la vera notizia del giorno, però, è un’altra. Roger Federer, non il giocatore più vincente al mondo (Nadal lo sopravanza nel numero di slam vinti, anche se detiene il record di vittorie – 8 – a Wimbledon), ma senz’altro il più grande, ha annunciato il suo ritiro (giocherà l’ultimo torneo, la Laver Cup, la settimana prossima) all’età di 41 anni. I suoi numeri: oltre 1.500 partite disputate, 103 tornei vinti (20 slam), n.1 per 310 settimane. E $ 550 ML di patrimonio: almeno non potrà dire “tanta fatica per niente”. Lui certo non si annoierà. Ad annoiarci, invece, probabilmente, saremo noi: chissà quando rivedremo un fuoriclasse così…

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ultimo aggiornamento: 16-09-2022


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