Se guardiamo al presente, certamente i primi 20 giorni dell’anno non possono definirsi positivi. I mercati finanziari sembrano vacillare sotto le “spallate” di molteplici fattori: l’inflazione ormai padrona delle economie, il covid che persiste, le tensioni geopolitiche sulla porta dell’Europa, le Banche Centrali prossime a interventi restrittivi.

Non è la prima volta, peraltro, che ci si trova ad affrontare momenti difficili. Senza andare troppo indietro nel tempo, se ci soffermiamo sul 2016 noteremo che lo S&P, nello stesso periodo di osservazione, arrivò a perdere circa il 12%: con il calo di ieri (– 1,22%) siamo a – 9,18%. Nel 2016 l’indice non solo recuperò completamente le perdite, ma concluse l’anno in rialzo del 10%. Non che la “storia” si ripeta sempre uguale, ma arrivare a conclusioni affrettate a volte potrebbe rivelarsi non la decisione migliore. Certamente, rispetto a 6 anni, molte cose sono cambiate, e da un punto di vista politico (in USA stava iniziando il quadriennio trumpiano al motto “America great again”, mentre oggi il suo successore Biden è ai minimi in termini di popolarità, con il suo piano “Build Back Better” è ancora incagliato al Congresso) e, soprattutto, da quello economico-finanziario (tutti sappiamo cosa è successo negli ultimi 2 anni).

Oggi la FED, al termine della riunione del Fomc, comunicherà le decisioni in merito alle nuove politiche monetarie: le attese sono per un rialzo, a marzo, dei tassi per ¼ di punto (0,25%), il primo dal 2018 e, probabilmente, il primo di quattro per l’anno in corso (oltre i 4 difficile che si vada in quanto le ricadute su crescita e occupazione potrebbero essere più gravi dei benefici del calo dell’inflazione, obiettivo del provvedimento). L’altra “arma” a disposizione di Powell (un vero e proprio “bazooka” e assoluto spauracchio per i mercati) è il monetary tightening, ovvero la riduzione del bilancio della FED, con la vendita di asset: si calcola che l’immissione di $ 500ML di bond sul mercato (la banca centrale americana ne detiene per $ 8.800MD) equivalga ad un aumento dei tassi dello 0,25%. Di certo, quindi, Powell, se con un occhio guarderà alla priorità di raffreddare l’inflazione (il rischio è che porti con sé l’aumento di stipendi e salari, con una sorta di causa-effetto che aggreverebbe ancor di più la situazione) con l’altro presterà  molta attenzione ai “messaggi” che provengono dai mercati, da sempre spettatori “non passivi”.

In tal senso, un ruolo  non secondario potrebbero averlo le indicazioni che giungono dal Fondo Monetario Internazionale sulle previsioni di crescita per il 2022. Ovunque si segnala un calo rispetto alle proiezioni di fine 2021: l’unica economia che “tiene” il ritmo è quella indiana, che confermerà anche per l’anno in corso il + 9% di PIL del 2021. Per il resto, i dati evidenziano una perdita di forza della crescita: a livello globale, il PIL dovrebbe crescere del 4,4% vso il + 5,9% del 2021, ma, soprattutto, – 0,5% rispetto alle precedenti previsioni di + 4,9%. Gli USA, dopo il + 5,6% del 2021, dovrebbero crescere del 4%, ben l’1,2% in meno rispetto a quanto precedentemente stimato. La Cina (+ 8,1% nel 2021) passerà al + 4,8% (- 0,8% verso stime del + 5,6%). La zona Euro, dopo il + 5,2% del 2021, salirà del 3,9% quest’anno, vale a dire lo 0,4% in meno di quanto dichiarato in precedenza. Noi “ci difendiamo” con una crescita 2022 prevista al + 3,8%, comunque lo 0,4% in meno di quanto si sperava (2021 + 6,3%).

Le ragioni vanno ancora una volta ricercate in una pandemia che dimostra una resilienza inimmaginabile e in una difficoltà di distribuzione delle materie prime (i famosi “colli di bottiglia”) che si calcola abbiano un impatto negativo sulla crescita tra lo 0,5% e l’1% del PIL mondiale, mentre hanno fatto crescere l’inflazione di un analogo 1%.

Continua l’ottovolante dei mercati.

Ieri sera Wall Street ha visto il Dow chiudere a – 0,19%; peggio è andata al Nasdaq, sceso del 2,48%. S&P 500 a -1,22%.

La mattinata asiatica vede il Nikkei lasciare sul terreno un modesto 0,44%. Meglio va, seppur anche qua con percentuali modeste, a Shanghai (+ 0,66%) e Hong Kong (ora intorno alla parità).

Segnali di normalizzazione dai futures, in rialzo su tutte le piazze (più marcati quelli degli indici europei). Vix in calo dell’1,19%, segnale di minori tensioni (almeno in questo inizio di giornata).

Dopo l’ennesimo “strappo” all’insù di ieri (+ 2,37%) tira il fiato il petrolio, con il WTI a $ 85,55 (- 0,16%).

Riprende la corsa il gas naturale, che fa segnare un + 3,18% ($ 4,023).

Oro a $ 1.847, sui livelli di ieri.

Spread a 142 bp, dopo aver toccato i 145 bp: le “manfrine” sull’elezione del Presidente della Repubblica e, ancor di più, le incertezze che cominciano a farsi largo sulla prosecuzione del governo Draghi cominciano a lanciare qualche ombra sulla nostra stabilità finanziaria. Si aggiunga il fatto che Giovannini, il ministro delle Infrastrutture, ha dichiarato che esiste una possibilità che il PNRR debba subire un “aggiustamento”: in altre parole si fa largo l’ipotesi che il piano di riforme e di progetti che ottenere i finanziamenti UE potrà avere una revisione, cosa che, certamente, non verrà vista con favore dalla Commissione Europea.

Rendimento del BTP sempre intorno a 1,30%. Treasury USA a 1,75%.

€/$ sempre intorno a 1,13 (1,1292), aiutato da un calo delle tensioni con la Russia, per quanto la situazione rimanga sempre tesa e le truppe continuino a stazionare alla frontiera Ucraina, con la Germania che sembra prendere un po’ le distanze dalle posizioni USA (non vanno dimenticati gli interessi economici della potenza teutonica da quelle parti…).

Continua il recupero del bitcoin, con le quotazioni che superano con forza i $ 37.000 ($ 37.360, + 3,6%).

Ps: continua, per ora, il momento d’oro dello sport italiano. Per la 1° volta nei 117 anni di vita della manifestazione, un italiano raggiunge le semifinali degli Open d’Australia. Fino a qualche anno fa l’Italia, oltre ad essere un “Paese per vecchi”, non era un “Paese per il tennis” (a parte la Coppa Davis del 1976, però, va ricordato, in mezzo alle discussioni per il Cile, e qualche successo tra Parigi e Roma da parte di Pietrangeli e Panatta negli anni 60/70). Ma ora abbiamo Berrettini, che da lunedì sarà il n. 5 o il n. 6 (dipende come andrà la prossima sfida) del ranking mondiale. Senza dimenticare un certo Sinner…

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ultimo aggiornamento: 26-01-2022


Una guerra alle porte dell’Europa?

FED, rialzo dei tassi, inflazione, mercati, e altro.