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Direttore: Alessandro Plateroti

Tornano di moda i Brics

carbone

Kaliningrad, la città-enclave russa, che geograficamente fa parte della Lituania, sul Mar Baltico, sede di un’importante base navale, è nota per essere la città che ha dato i natali ad Immanuel Kant, che qui ha vissuto ed è sepolto. Da ieri, però, rischia di diventare una nuova fonte di tensioni diplomatiche, in considerazione dell’embargo ai rifornimenti alla città imposto dal Governo lituano, con l’immediata replica di Putin, che potrebbe decidere il blocco totale delle forniture energetiche, essendo il Paese sul mar Baltico totalmente dipendente dall’import proveniente dalla Russia. Con la stessa Finlandia, che, come noto, a breve entrerà a far parte della Nato, in stato di allerta, vista la vicinanza alla Lituania e, soprattutto, essendo confinante con lo Stato più grande tra quelli che componevano l’ex Unione Sovietica. Diplomazia internazionale che guarderà con interesse e attenzione all’incontro, seppur virtuale, che si terrà oggi tra i leader di Brasile, Russia, India, Cina e Sud-Africa. Quelli che una volta erano definiti i Paesi Brics, acronimo tra i più conosciuti in politica economica, coniato nel 2001 dall’allora Presidente di Goldman Sachs, Jim O’Neil. I Brics rappresentano il 40% della popolazione mondiale e il 25% del Pil globale. Basterebbero questi semplici numeri per spiegare il rilievo che assume il 14° meeting tra i 5 Paesi. Ma il conflitto ucraino e l’isolamento della Russia che ne è conseguito senza dubbio lo rendono ancora più importante.

Così sarà certamente per Putin. I paesi Brics, ad eccezione del Brasile, si sono astenuti dal votare la risoluzione ONU che chiedeva alla Russia di ritirarsi dall’Ucraina. La Cina, oggi, è il maggior importatore di energia dalla Russia, per un controvalore che, dall’inizio della guerra, si può stimare in circa $ 16 MD, leggermente di più rispetto alla Germania, appena sopra i $ 15 MD (l’Italia è a circa $ 7MD). Senza contare di come l’India, con i suoi 1,3MD di abitanti secondo Paese più popoloso al mondo dopo la Cina, seppur per certi versi non così lontano, da un punto di vista economico-politico, dall’occidente, possa diventare un importante sbocco per un’economia, come quella russa, destinata, sotto il peso delle sanzioni imposte da UE e USA, a crollare del 10-15%. Motivazioni che aiuteranno Putin ad uscire dall’isolamento in cui si trova oggi.

Un isolamento, peraltro, che non ha evitato alla Russia di incassare, nei primi 4 mesi dell’anno, grazie all’export di energia, ben $ 44MD in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Maggiori incassi dovuti, ovviamente, all’aumento dei prezzi, cresciuti di circa il 60%, nonostante la caduta delle esportazioni (solo per il petrolio la UE ha ridotto l’import di circa 420.000 barili giorno, ampiamente compensati dai 380.000 barili giorno in più verso Cina e India).

Comunque sia, continua il paradosso per cui l’occidente da una parte si trova a finanziare una guerra da tutti ritenuta ingiusta (ma così è per quasi tutte le guerre….) e abominevole, dall’altra è costretto a continui interventi, soprattutto da parte dei singoli Governi, per sostenere i maggiori costi per imprese e famiglie. Solo per il nostro Paese, gli interventi governativi per finanziare i maggiori oneri derivanti dagli aumenti dell’energia sono ad oggi stimati in € 30 MD. Il prossimo 8 luglio scadrà lo “sconto” dovuto al taglio delle accise sui prodotti petroliferi (circa € 0,30 a litro), ma già si da per certa non solo una proroga di almeno altri 2 mesi, ma addirittura, visti gli ultimi rincari, di un aumento dello sconto, che dovrebbe arrivare a € 0,35. Situazione analoga per quanto riguarda le bollette, il cui blocco verrà prorogato per latri 3 mesi.

Ecco perché il “combinato disposto” energia (ma, più in generale, aumento dei prezzi, e quindi inflazione) -aumento dei tassi rischia di far deragliare le economie, come ancora ieri ha ricordato il Presidente FED Jerome Powell nella sua audizione al Senato Usa, in cui ha confermato che la priorità, per la Banca Centrale USA, è combattere l’inflazione, al prezzo di portare il costo del denaro al 2,5%. Ma, pur nella consapevolezza che la recessione è dietro l’angolo, è disposto a correre il rischio (facendolo correre, conseguentemente, a tutti i cittadini).

I mercati ieri si sono mossi quindi, soprattutto quelli americani, indecisi tra il “bicchiere mezzo vuoto” della recessione e quello “mezzo pieno” della crescita economica, avendo Powell, nel suo intervento, chiaramente affermato che, al momento, la crescita continua ad essere sostenuta.

Un po’ meno bene è andata alle borse europee, tutte in negativo, ma comunque in significativo recupero rispetto ai minimi di giornata.

Borse asiatiche con il segno più questa mattina: Nikkey  frazionalmente sopra la parità, mentre sono più toniche Shanghai (+ 1,49%) e Hong Kong (+ 1,19%).

Faticano invece i futures, negativi, seppur di poco, nelle prime ore della giornata.

Prosegue il calo delle materie prime.

Petrolio (WTI) a $ 104,89, – 1,28%.

Gas naturale USA a $ 6,808, – 0,73%. In crescita, invece, quello europeo, con il megawattora a € 125,48 (+ 1,17%).

Oro poco mosso a $ 1.834 (- 0,21%).

Spread sempre in area 200 bp (201); il calo del rendimento del bund contribuisce alla diminuzione del rendimento del BTP, tornato a 3,55% dopo il picco del 4,10% di un paio di settimane fa. A proposito di BTP, si è chiuso ieri il collocamento del BTP Italia, con sottoscrizioni pari a € 7.2 MD, maggior raccolta dal 2014 (a parte l’exploit del 2020).

Stabile l’€/$, a 1,0565.

Sempre in ondeggiamento intorno ai $ 20.000 il bitcoin ($ 20.552, + 2,4%).

Ps: come se non bastasse, l’Afghanistan, già in una situazione disastrosa a seguito del regime talebano che dall’estate scorsa si è riappropriato del Paese, è stato colpito da un terremoto devastante. Si parla di più di 1.000 morti, con villaggi rasi al suolo e i soccorsi (praticamente inesistenti) comunque non i grado di intervenire. Questo è quello che si sa. Ma la realtà rischia di essere molto, molto più grave.

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ultimo aggiornamento: 23 Giugno 2022 8:51

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