Comincia a prendere forma il price cap sul gas annunciato dall’Europa.

Le opzioni, a dire il vero, non sono molte: una prevede la fissazione di un prezzo con un meccanismo simile alle sanzioni. L’equivalente, insomma, di un dazio. Il limite di questa soluzione è dato dai tempi: la sua attuazione, infatti, decorrerebbe dalla prossima primavera.

L’altra, forse più semplice e immediata, è la determinazione di un’unica entità autorizzata a trattare con la controparte volumi e prezzi delle forniture. Questa soluzione, per garantire una maggiore efficacia, dovrebbe essere accompagnata dall’istituzione di 2 zone, una rossa e una verde, a seconda della “dipendenza” dei singoli Paesi dalle forniture russe. Quelli più esposti (Germania, Italia, Austria) rientrerebbero nella zona rossa, mentre quelli in cui i prezzi sono meno “sensibili” entrerebbero a far parte della zona verde.

Ma forse l’aspetto più importante (e determinante) è la “quantificazione” del prezzo: nel documento europeo che prende in esame il progetto si parla di un valore di poco superiore a € 35 per megawattora, dato dalla media dei prezzi del gas russo nel periodo 2020-2021, in cui si è mosso in un range tra € 5 ed € 35. Certamente, qualsiasi sarà la strada prescelta, l’applicazione non sarà semplice, anche perché è facile prevedere che avrà conseguenze anche sui prezzi delle forniture al di fuori del perimetro russo. Altrettanto importante sarà intervenire sull’efficienza e ancor di più la trasparenza del Ttf, il mercato virtuale di Amsterdam in cui avvengono le transazioni che fissano il prezzo per il mercato europeo. Ecco perché, per es, si sta pensando di sottoporre il Ttf sotto il controllo dell’Esma, l’Autorità Europea  degli strumenti e dei mercati finanziari. L’alternativa è, guardando alla definizione di zone rosse e zone verdi, è definire indici che tengano conto delle differenze tra un Paese e l’altro.

Il price cap sta facendo tornare le sanzioni al centro dell’attenzione (come dimostra la campagna elettorale), distinguendo tra chi le ritiene efficaci e chi, invece, sostiene che sono una sorta di boomerang per i Paesi promotori. C’è da dire che ad oggi i risultati risultano ancora modesti, in quanto, di fatto, la loro entrata in vigore, per quanto annunciate mesi fa, è recente. Secondo la Banca Mondiale, nel 2022, appunto grazie al processo sanzionatorio, il PIL russo diminuirà dell’11%, mentre l’inflazione potrebbe raggiungere il 22% su base annua. E altrettanto sarà per il 2023.

Ecco spiegata, quindi, la presa di posizione delle autorità russe, che hanno confermato il blocco del North Stream 1 sino a quando rimarranno le sanzioni, a causa delle quali, sostengono, non sono possibili anche i più semplici interventi di manutenzione. In realtà, un prolungato stop delle forniture di gas sarebbe un problema molto serio per Putin, che vedrebbe le entrate fiscali diminuire di $ 6,6MD annui (almeno secondo Bloomberg). Minori entrate che, almeno per qualche anno, non potrebbero compensate da altri mercati, “pompando” gas, per esempio, verso i Paesi asiatici (per esempio l’India o la stessa Cina), in quanto già oggi i gasdotti che viaggiano in quelle direzioni sono praticamente “al massimo”.

Le uniche certezze, per il momento, sono 2: i piani di risparmio che tutti i Paesi dovranno cominciare ad attuare, con campagne di sensibilizzazione tese a ridurre i consumi domestici (obiettivo n. 1 eleminare gli sprechi), adottando stili di vita più sobri (e forse cominciando a utilizzare maglioncini anche all’interno delle mura domestiche…..), e nuovi interventi a sostegno di imprese e famiglie che i vari Governi saranno chiamati a mettere in atto. Proprio oggi, per esempio, il nostro Ministro Cingolani presenterà il piano idrico ed energetico per ridurre i consumi domestici. Dall’altra parte, il premier Draghi sta pensando ad un nuovo intervento, magari da presentare già il prossimo giovedì in Cdm, per sostenere le aziende ed evitare il blocco di alcune attività produttive: si parla di interventi di almeno € 10MD, ma qualcuno ipotizza anche € 15MD.

La giornata di ieri, contraddistinta dalla chiusura dei mercati americani per il Labor day, è stata caratterizzata da una generale debolezza, con gli indici europei che hanno lasciato sul terreno circa il 2%. Questa mattina borse asiatiche in recupero: Nikkei frazionalmente positivo, Shanghai + 1,37%, Hong Kong + 0,15%.

Futures americani tutti in rialzo, mentre sembrano più contrastati quelli europei.

Petrolio in rialzo, dopo che l’Opec ha annunciato che ridurrà la produzione di 100.000 barili/giorno: WTI a $ 89,23. + 2,61%.

Gas naturale USA stabile, a $ 8,804.

In ripresa l’oro, a $ 1.721,5 (+ 0,40%).

Spread sempre sopra i 230 bp (236), con il BTP al 3,96%.

Treasury al 3,21%.

Da segnalare che la Banca Centrale Australiana (Reserve Bank of Australia) ha alzato i tassi di uno 0,50%, portandoli al 2,35%.

€/$ stabile, sempre intorno a 0,998.

Bitcoin ancora sotto i $ 20.000 ($ 19.848, + 0,32%).

Ps: dal 2004 l’Unione Europea lascia la facoltà, ad ogni stato membro, di emettere, annualmente, 2 monete da € 2 commemorative, che entrano nell’uso corrente.

Per il 2023 l’Italia dedicherà un pezzo celebrativo a Raffaella Carrà: vedremo quindi il suo volto insieme a quelli di Dante, Verdi, Cavour, Falcone, Borsellino.

Riproduzione riservata © 2022 - EFO

ultimo aggiornamento: 06-09-2022


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