Si chiude oggi un mese tra i peggiori che si ricordino sul fronte dell’inflazione.

Per trovare un’analogia, si deve andare indietro di 39 anni:era dal 1983, infatti, che non si ricordava un aumento simile di una crescita “tendenziale” così alta dei prezzi (oggi 12,7%, allora il 13%), con un incremento “mese su mese” del 3,5% (massimo incremento dal marzo 1984). L’inflazione “di fondo”, al netto, cioè, dei prodotti energetici ed alimentari, si attesta al 5,3% dal 5% (5,8%, invece, se si considera solo quella al netto dei prodotti energetici).

Da notare 2 aspetti assolutamente rilevanti. Il primo riguarda i salari: considerando il periodo gennaio-settembre, l’aumento delle “paghe orarie” è stato solo dell’1% (0,6% nel 2021). L’altro, forse ancora più sorprendente, evidenzia come l’aumento dei prezzi non colpisca tutti allo stesso modo: a settembre il differenziale tra la fascia meno abbiente e quella più ricca (l’Istat ha diviso in 5 “quintili” la popolazione italiana) è stato di ben 4 punti (a scapito della prima), con un’elevata probabilità che possa ulteriormente allargarsi.

Normale che la memoria (per chi ha l’età….) vada indietro agli anni 70-80: anni tra i più difficili che si ricordino, con l’economia globale (per non parlare di quella italiana) schiacciata da un’inflazione altissima e da una fase recessiva tra le più lunghe che si ricordino. Tutto ebbe inizio, anche allora (anche se per ragioni ben diverse), dall’aumento shock dei prezzi petroliferi (erano i primi anni 70) da $ 2,5 a $ 11 al barile. Un rialzo insostenibile per chi, come noi, dipendeva per l’80% dall’import (a distanza di quasi 50 anni, peraltro, le cose non sono cambiate di molto). Da qui l’avvio di un periodo “sudamericano”, con l’inflazione che, dal 1975 ai primi anni 80, “balla” tra il 13% al 21,1% (17,2% nel 1975, poi 16,5%, 18,1% etc, fino ad arrivare al 21,1 nel 1980). Per poi iniziare una lenta discesa, per arrivare al 4,6% nel 1987, attestandosi al 5-6% nei 10 anni successivi.

A livello previsionale, per quest’anno gli analisti si attendono un + 8,3%, in crescita dal 7,3% indicato nel 3° trimestre, con un indice core che sale del 4% verso le precedenti stime del 3,6%. Per l’anno prossimo invece le attese parlano di un rialzo dei prezzi del 5,8% (3 mesi fa si parlava del 3,6%), con una crescita core del 3,9% (2% tre mesi fa). Modestissima la crescita (+ 0,1%), frenata dalla recessione, seppur la gran parte degli analisti si attendono una recessione “tecnica” (e quindi con soli 2 trimestri negativi).

Tante, peraltro, sono le questioni “sul tavolo”, che rendono le prospettive economiche avvolte in un’incertezza di fondo, a cominciare, appunto, dall’arrivo o meno di una recessione in Europa e negli Usa. Per non parlare della oramai conclamata resilienza dell’inflazione. Mentre continua l’emergenza energetica, sulla cui fine, al momento, diventa difficile esprimersi, strettamente collegata com’è ad un’altra emergenza, vale a dire quella geo-politica, data non soltanto dalla crisi ucraina (tra l’altro è di sabato la notizia l’affondamento di alcune navi russe sul mar Nero, tant’è che Putin ha fatto sospendere, per il momento, l’accordo sul grano, mentre, sempre nelle ultime ore, il Governo ucraino ha fatto sapere che le vittime militari delle forze russe sarebbero state, solo nella giornata di sabato, circa un migliaio, il più alto da quando è scoppiata la guerra), ma anche da quella tra Cina e Taiwan, con la potenza orientale che sembra quasi giocare al “gatto e il topo” con gli Usa, quasi a voler capire sin dove può spingersi nelle provocazioni (al momento soprattutto verbali, come dimostrano le parole del nuovo “leader maximoXi Jinping durante l’ultimo Congresso del Partito Comunista cinese). Crisi geo-politiche che, oltre all’aumento dei prezzi dell’energia, stanno provocando il fenomeno dell’onshoring, vale a dire il “rientro” delle attività produttive dai Paesi (come la Cina e gli altri del sub continente asiatico) che consentivano produzioni a prezzi scontati. Un fenomeno che se sul fronte della sicurezza degli approvvigionamenti potrà garantire la supply-chain, su quello dei prezzi di certo non sarà di aiuto.

Il tutto mentre le Banche Centrali si sono fatte promotrici di politiche restrittive che potrebbero togliere “linfa” (a togliere “l’energia” ci pensa già Putin) alla crescita.

Inizio settimana ancora una volta contrastato per i mercati orientali. Se a Tokyo e Seul prevale il segno più (rispettivamente Nikkei + 1,78%, Kospi + 1%), a Shanghai e Hong Kong, ancora una volta, i listini sono penalizzati dai dati macro, con l’indice PMI cinese al 49,2 dal 50,1 di settembre, sotto, quindi, la soglia di “espansione” (non manufatturiero al 48,7 da 50,6). Ottobre verrà ricordato, per i listini “great China” tra i mesi più difficili, con Shanghai che arretra del 7,5% e Hong Kong addirittura del 13,3% (senza contare le chiusure di oggi), mentre Giapponme e Corea crescono del 6%.

Futures per il momento deboli, peraltro con ribassi limitati.

In calo il petrolio, con il WTI a $ 86,91, – 1,4%.

Fortissimo rialzo per il gas naturale Usa, che viene scambiato a $ 6,126, + 7,57%.

Non brilla neanche oggi l’oro, a $ 1.644, – 0,10%.

Spread che apre la giornata vicino ai minimi di periodo (206 bp),per un BTP al 4.15%.

Treasury al 4,02%.

€/$ appena sotto la parità (0,9941).

Bitcoin a $ 20.500 (- 1,77%).

Ps: la nomina a Primo Ministro (o Prima Ministra….: da noi si discute anche su questo, dopo la nota di Palazzo Chigi che invitava a rivolgersi al Capo di Governo, per quanto donna, con un perentorio “Il Signor Presidente”) di Giorgia Meloni è stata salutata, in Italia, come una svolta epocale. In realtà, guardano agli ultimi 70-80 anni, in “giro per il mondo” già 154 donne sono state chiamate a governare il loro Paese. Il primo, se non uno dei primi, è stata la Mongolia, senz’altro non un modello di modernità, dove già tra il 1940 e i il 1944, e poi tra il 1953 e il 1954, a Khertek Anchimaa-Toka e Sukhbaataryn Yanjmaa vennero affidate “le chiavi”.

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ultimo aggiornamento: 31-10-2022


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