Si lotta contro il tempo per evitare “l’esercizio provvisorio” (in estrema sintesi significa che la spesa pubblica in ogni mese sia paria ad un dodicesimo di quella dell’anno precedente). Una prassi non così inusuale, nel nostro Paese, negli anni 80. Ma, si sa, quella era “preistoria”, un’epoca in cui, non dovendo rendere conto a nessuno, se non al Parlamento (che comunque non è poca cosa, essendo la rappresentanza dei cittadini), i ritardi erano quasi prassi. Certo, con le elezioni a settembre, si sapeva che presentare la Legge di Bilancio entro il 20 ottobre sarebbe stato impossibile. Come in effetti si è verificato, con l’arrivo in Parlamento avvenuto circa 1 mese dopo. La sua preparazione, come la discussione, è stata piuttosto affrettata, come dimostrano le retromarce del Governo su alcuni punti (l’ultimo è l’eliminazione dello “scudo penale” per i reati tributari). E probabilmente non è finita qui. Da qui a venerdì mattina alle 11.00, quando la legge arriverà alla Camera per il voto di fiducia, certamente assisteremo ad altri cambiamenti in corsa.

Ampliando la visione, ha lasciato qualche strascico la decisione di ieri della Banca centrale giapponese di allargare la “banda di controllo” dei rendimenti dei titoli di stato decennali allo 0,50%. Ma per meglio comprendere il significato della mossa della Bank of Japan è necessaria qualche precisazione.

La prima è che il Giappone, in sostanza, è rimasto l’unica, tra le maggiori economie, a mantenere una politica ultra accomodante, con la Banca Centrale che controlla i rendimenti dei titoli di stato decennali, mantenendoli (succede da 6 anni a questa parte) in una “banda” tra il – 0,25% e il + 0,25%. Ora questo range è stato portato tra lo 0% e lo 0,50% (anche se i tassi, per il momento, non hanno subito variazioni, rimanendo al – 0,10%).

La seconda è che il Giappone ha il rapporto debito/Pil più alto al mondo, pari ad oltre il 250%, con una punta al 262%. Percentuali che avrebbero portato al default qualsiasi altro Paese. Per il Paese del “sol levante”, invece, così non è, grazie al ruolo della Banca di stato. E qui arriviamo al terzo motivo: oramai la Bank of Japan si può dire sia uno dei pochi, se non l’unico, acquirente, di titoli di stato. Nel 2013, quando l’attuale suo Presidente, Kuroda, ha assunto l’incarico, la Banca centrale deteneva circa l’11,5% del valore di mercato delle emissioni in titoli di stato giapponesi. Ora siamo a oltre il 50%: un livello che nessun altro Istituto centrale al mondo ha. Letto in un altro modo, la Banca Centrale giapponese oggi detiene asset pari al 126% del Pil del Paese, contro il 34% della FED Americana e il 67% della BCE. Distanze siderali.

Il quarto motivo, da un punto di vista più macro-economico, è che in Giappone l’inflazione, per quanto rimanga ben più bassa rispetto agli altri Paesi sviluppati (siamo a circa il 3,6%), è comunque cresciuta non poco, se si pensa che per anni il Paese è stato in deflazione (inflazione negativa). Per molti osservatori, quindi, non è più giustificabile un livello di tassi così basso. Anche a Tokyo potrebbe essere  arrivato il momento di un cambio di rotta, magari meno forte rispetto a quello messo in essere nei Paesi occidentali, ma comunque che va nella direzione di interrompere una fase espansionistica che dura ormai da decenni. Quindi in molti hanno visto nella decisione del Governatore Kuroda il primo passo verso una “normalizzazione” della politica monetaria.

La caduta di ieri dei mercati asiatici in scia alle decisioni in tema di tassi ha condizionato non poco la giornata, anche se nel pomeriggio si sono visti segnali di recupero da parte dei mercati europei e, in serata, di quelli americani, con il Nasdaq appena negativo (– 0,11%), mentre il Dow Jones è riuscito a stare sopra la parità (+ 0,28%).

Questa mattina, dopo un tentativo di recupero, a Tokyo il Nikkei si avvia a chiudere nuovamente in territorio negativo (– 0,68%). Un po’ meglio va a Shanghai (- 0,17%) e a Hong Kong, dove l’Hang Seng è riuscito a portarsi, seppur di poco (+ 0,17%) oltre la pari.

Fanno ben sperare i futures, ovunque in rialzo di circa mezzo punto.

Petrolio di nuovo in rialzo, con il WTI oltre i $ 76 (76,24).

In recupero il gas naturale Usa, a $ 5,484 (+ 2,78%).

Oro a $ 1.824, in leggero calo (– 0,16%) questa mattina.

Lo spread riparte da 215,7 bp: ieri, complice anche il forte rialzo del rendimento del bund (2,29%), i BTP hanno toccato il 4,45%.

Treasury a 3,70% (+ 3 bp rispetto al giorno precedente).

€/$ poco mosso a 1,0621.

Ancora senza direzione il bitcoin, che “naviga” intorno ai $ 16.800 (16.838).

Ps: la nazionale Argentina è rientrata in Patria. Ad accoglierla, per le strade di Buenos Aires, si calcola una folla di circa 4,5ML di persone. Una bolgia impressionante, impossibile da contenere e da gestire. Al punto che il pulmann che trasportava i calciatori è rimasto bloccato e sono dovuti intervenire gli elicotteri per prelevare i calciatori e portarli nel centro della città. Solo il calcio può generare un tifo simile. Ma il risveglio, per la popolazione argentina, non sarà semplice, anche se la vittoria della sua nazionale potrebbe essere anche il segno di una rinascita.

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ultimo aggiornamento: 21-12-2022


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