Tutto come previsto. O quasi.

Ieri la FED americana (e con lei diverse altre Banche Centrali) ha deciso un nuovo rialzo dei tassi, dopo quello di marzo (0.25%). Questa volta l’aumento è stato, come i mercati si aspettavano, dello 0,50%, il livello più alto da 22 anni a questa parte, portando i tassi USA allo 0,75-1,00%.

Quella che non era prevista è stata la forte accelerazione che gli indici statunitensi hanno avuto subito dopo le dichiarazioni di Jerome Powell, il Presidente della Fed: il Nasdaq ha chiuso a + 3,41%, il Dow Jones a + 2,81%, lo S&P a + 3% circa, il rialzo maggiore da inizio anno, a conferma di come gli operatori a volte si muovano sulla base di elementi che diventano chiavi di lettura derimenti, almeno nel breve periodo. E’ bastato che Powell, pur sottolineando l’elevata inflazione, che espone a gravi rischi la stabilità del reddito dei cittadini, abbia escluso, a giugno, il rialzo dello 0,75% paventato nei giorni scorsi dal Presidente della FED di St. Luis, per dare slancio alle quotazioni. In realtà questa non è stato l’unico annuncio pronunciato da Powell: con riferimento alla riduzione del Bilancio della Banca Centrale (arrivato a toccare quasi quota $ 9.000 MD), infatti, ha detto che si inizierà con una riduzione pari a $ 47,5MD, la metà di quanto gli operatori si aspettavano. Solo da settembre si raggiungeranno i $ 95MD attesi ($ 60MD di titoli del Tesoro, $ 35MD di bond garantiti da mutui).

L’obiettivo della Banca Centrale è quello di riportare l’inflazione dall’attuale 8,5% ad un più “tranquillo” 2%, livello da tutti ritenuto una percentuale che diventa una “spinta” alla crescita economicagrazie alla ritrovata fiducia delle famiglie e dei consumatori. Una continua crescita dei consumi, di beni e servizi, significa che le preoccupazioni per il futuro (in primis la perdita del posto di lavoro piuttosto che quelle legate alla guerra, anche se piuttosto lontana dalla realtà americana) vengono messe in secondo piano, lasciando spazio invece al ritorno alla normalità. La strada comunque per le Banche Centrali di mezzo mondo è sempre stretta, con il rischio recessione sempre dietro l’angolo. Come detto, diverse, ieri, sono gli Istituti Centrali che hanno messo mano al rialzo: da quella islandese (+ 1%, da 2,75 a 3,75%), a quella indiana (+ 0,40%, dal 4 al 4,40%), a quella brasiliana, che nella notte ha provveduto ad un rialzo di 100bp, portando il tasso locale al 12,75%. L’altro ieri l’Australia aveva effettuato un aumento dello 0,25%, portando i tassi allo 0,35%, mentre oggi è attesa la decisione della Bank of England (scontato anche in questo caso l’aumento).

L’altra “notizia del giorno” è la difficoltà, da parte della UE, a varare il nuovo pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. I maggiori ostacoli, come previsto, riguardano l’adozione dell’embargo di petrolio e gasa a causa della dura opposizione di Slovacchi ed Ungheria, a cui, peraltro, pare se ne siano aggiunti altri (Repubblica Ceca, Bulgaria, Croazia, Romania), mentre nessun problema è emerso per quanto riguarda il blocco del sistema Swift verso altri 3 Istituti Bancari, tra cui Sberbank, la maggior banca russa. Secondo alcuni calcoli, l’export energetico porta in dote ogni giorno alla Russia almeno $ 332ML per il petrolio e $ 471ML per il gas. A bloccare la decisione sull’embargo, come detto, Ungheria e Slovacchia (anche se la Germania non è certo una delle parti più “pro-attive…). Quanto “pesano” questi 2 Paesi sui totali di cui sopra? Sul petrolio, su $ 332ML, l’Ungheria ne paga 8, la Slovacchia 9, circa il 5%…..Difficile pensare che siano solo loro la causa (anche perché, comunque, già la UE era d’accordo nel concedere una “moratoria” fino al 2023, in modo da permettere di individuare le alternative opportune). Peraltro è stato sufficiente ipotizzare l’avvio, entro fine anno, delle sanzioni per spingere il petrolio ad un rialzo dei prezzi di oltre il 10%, il che può aiutare a farci capire quali potrebbero essere le conseguenze se davvero l’embargo diventasse realtà.

Dopo le chiusure “trionfali” di Wall Street, questa mattina i mercati del Far East danno segnali di stabilità. Ancora chiusa Tokyo, Shanghai si avvia a chiudere in rialzo dello 0,50%, mentre Hong Kong sale dello 0,34%. In crescita anche l’indice di Mumbai (+ 0,7%).

Futures americani leggermente deboli, mentre quelli Europei si allineano ai rialzi americani di ieri.

Petrolio ancora verso l’alto, con il WTI a $ 108,28 (+ 0.44%).

Gas naturale a $ 8,599 (+ 2,02%).

Si riaffaccia ai $ 1.900 l’oro (1.899,90, + 1,57), favorito dall’indebolimento del $, che si porta questa mattina a 1,0595 vso €.

Non si ferma la corsa dello spread, che nelle prime contrattazioni segna 192,50bp, con il BTP oramai ad un passo dal 3% di rendimento.

Treasury in leggero rafforzamento, con il rendimento che scende al 2,93% dal 3% in cui si trovava ieri.

Bitcoin che da segnali di forza, con le quotazioni che tornano a sfiorare i $ 40.000 (39.581, + 3.7%).

Ps: E’ stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino ha trionfato ai David di Donatello, vincendo 5 premi (tra cui miglior film e miglior regia). Ma anche la maglia indossata da Maradona nell’epica partita (Argentina-Inghilterra, Mondiali 1986) che ha ispirato il film si può dire non sia stata da meno: all’asta di Sotheby’s è stata “battuta” per  € 8,5ML…(per fare un confronto, quella indossata da Pelè nell’ancor più epica, per noi, Italia-Brasile 4-3, era stata venduta per “soli” € 260.000.

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ultimo aggiornamento: 05-05-2022


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