La quotidianità, per forza di cose, può sfociare in abitudine. Così, è stato, per esempio, anche con il Covid, nonostante forse, nella storia recente, solo la 2° Guerra Mondiale e, ancor di più, l’olocausto, abbiano evocato un dramma ancora maggiore.

Ma abituarsi alla “quotidianità” della Guerra, laddove, soprattutto, si svolge vicino a noi, colpendo un popolo che, in virtù del fatto che molti cittadini di quella nazionalità lavorano nelle nostre famiglie, non può essere possibile. A maggior ragione quando si leggono notizie e si vedono immagini tanto drammatiche.

Al di là delle domande su come l’uomo riesca ad assumere una tale dimensione di malvagità, si rende ogni giorno più urgente porre fine alla tragedia che sta colpendo l’Ucraina.

La strada, ovviamente, senza considerare uno scenario di escalation militare le cui conseguenze nessuno vuole immaginare, si fa ogni giorno più stretta. Né le sanzioni, è evidente, possono da sole spingere Putin a rivedere i suoi piani. Certo possono creare più di un problema, laddove, come nel caso della potenza russa, l’economia dipenda prevalentemente dalle esportazioni. In questo senso, quindi, possono essere un condizionamento che porta ad una soluzione diplomatica, costringendo quello che, sulla carta, è il Paese militarmente più forte a sedersi al tavolo delle trattative.

Questo può essere il senso delle nuove discussioni all’interno della UE, i cui Paesi membri sembrano intenzionati a porre sanzioni ancora più dure a Putin. Ben sappiamo quale sia il valore dell’export russo, stimato in circa € 800ML ($ 900ML) al giorno. Per quanto l’export, per forza di cose, sia diminuito, l’aumento dei prezzi ha consentito, ad oggi, alla Russia di incassare più o meno quanto incassava nel 2020 (parliamo di circa $ 330 MD, di cui circa la metà derivante dai fossili): si calcola che, quest’anno, il petrolio porterà circa $ 100MD, $ 200MD il gas, altri $ 40MD il carbone. Senza contare gli altri minerali (controvalore circa $ 60MD), e i cereali, bene “primario” non soggetto a sanzioni (su cui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, considerata la “dipendenza” di molti Paesi del Nord Africa – in primis l’Egitto, dalle forniture non solo russe, ma soprattutto ucraine, esportazioni completamente cessate per il blocco delle attività portuali sul Mar Nero).

In considerazione delle maggiori problematicità legate al gas (bloccando i gasdotti provenienti dalla Russia bisognerebbe passare al gas liquido, problema non di poco conto se si pensa alla scarsità di gassificatori pressochè in tutta Europa), l’attenzione si sta concentrando su carbone e petrolio. Sul 1°, il maggior consumatore è la Germania, che quindi è anche il maggior importatore: da qui le “pressioni” affinchè abbandoni il carbone russo e si rivolga all’Australia, uno dei maggiori produttori al mondo (ma “il viaggio” della merce non sarebbe propriamente identico…). Rimane il petrolio. Su questo punto l’orientamento, per non arrivare al blocco delle forniture, potrebbe essere quello di adottare una soluzione simile a quella utilizzata a suo tempo nei confronti dell’Iran, vale a dire effettuare il pagamento su conti vincolati, a cui il Paese esportatore può accedere solo se dimostra concretamente di voler negoziare (per esempio, attuando una tregua degna di questo nome). Esiste, poi, un’altra possibilità, vale a dire mettere delle tariffe che rendano impossibile, per i produttori russi, di alzare il prezzo oltre un certo limite, pena far si che l’Europa si rivolga a produttori che vendano a prezzi più convenienti.

Oggi gran parte dei mercati del Far East (Shanghai, Shenzen, Hong Kong, Taipei) sono chiusi per festività. Tra i pochi operativi, Tokyo è moderatamente positiva, con il Nikkei a + 0,17%; bene anche l’Australia, dove Sidney fa segnare circa + 0,5%.

Dopo il nuovo “exploit” del Nasdaq (+ 2,01%) di ieri sera, questa mattina futures più tranquilli, intorno alla parità ovunque.

Petrolio di nuovo sugli “scudi”: dopo il + 4% circa di ieri, questa mattina da ulteriori segnali di forza, portandosi a $ 104 (WTI).

Gas naturale a $ 5,748, mentre ieri il megawattore è sceso dell’1,32% a € 109,63.

Oro in apprezzamento a $ 1.936.

Spread a 154,9 bp, con il BTP che non si allontana dal 2,20%.

Treasury a 2,40%; il biennale ha “abbassato la testa”, riallineandosi con il decennale. Curva, quindi, sempre “piatta”, a segnalare che la recessione potrebbe “tornare da noi” (anche se non domani mattina…).

$ in leggero recupero, con €/$ a 1,0972.

Bitcoin in ripresa, a $ 46.721 (+ 1,09%).

Ps: a tutti è nota la passione di Elon Musk per i “messaggini”. Pochi, però, avrebbero pensato che questa sua propensione lo potesse portare a diventare il maggior azionista di Twitter: arrivando al 9,2%, ha superato il Fondo Vanguard, che detiene l’8,7% del capitale (mentre il fondatore, Jack Dorsey, è fermo al 3%). Valore dell’operazione? $ 3MD, uno “spuntino” per chi, come il fondatore e proprietario di Tesla, ha un patrimonio personale stimato di circa $ 287 MD che lo rendono l’uomo più ricco al mondo. Ma forse quel che conta ancor di più è il fatto che Musk conta qualcosa come 80ML di followers. Se qualcuna delle sue attività non dovesse dargli le soddisfazioni attese, un ruolo da influencer non glielo potrà negare nessuno…

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ultimo aggiornamento: 05-04-2022


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