Difficile trovare un aspetto positivo nella sciagurata manovra economica lanciata circa 3 settimane fa dalla Primo Ministro inglese Liz Truss (peraltro costretta, insieme al suo Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng, a ritirarla in fretta e furia), le cui conseguenze continuano a farsi sentire sui mercati.

Se proprio si vuole essere magnanimi, un paio di cose, però, possono essere di aiuto per meglio comprendere la particolare fase che stiamo vivendo.

La prima lezione è che non sono sufficienti slogan e promesse (almeno in economia)per garantire la fattibilità dei programmi sulla base dei quali, magari, si sono costruite vittorie elettorali. Alla fine, quello che conta e che i mercati (i veri giudici) valutano è la loro sostenibilità. Manovre che mettono a rischio la stabilità dei conti non sono più perseguibili, soprattutto laddove coinvolgono Paesi con economie tra le più importanti al mondo, con il rischio di ricadute (il cosiddetto “rischio contagio”) su tutte le altre economie (anche laddove, come nel caso della Gran Bretagna, non facciano parte di un organismo tra Stati). E quindi (seconda lezione), molto probabilmente il “farne parte” avrebbe evitato il verificarsi di quanto accaduto: far parte di una Comunità (politica e governativa) significa accettarne le regole condivise. E, per quanto i Paesi membri continuino a mantenere la propria sovranità, alcuni provvedimenti, prima di essere emanati, devono essere portati al vaglio degli organismi preposti al Governo, che ne valuta congruità e aderenza ai principi comuni.

La terza lezione è che ci permette, forse, di meglio comprendere l’estrema precarietà e i difficili equilibri sui cui si poggia l’economia globale, oltre che “l’interconnessione” tra i mercati finanziari e le scelte di politica economica. Per fare un paragone, un po’ quello che succede con uno tsunami: un terremoto in un Paese dall’altra parte del mondo, può causare conseguenze catastrofiche a migliaia di km di distanza.

La manovra economica inglese ha immediatamente causato, come sappiamo, nell’ordine: il crollo della valuta, con la sterlina arrivata a perdere oltre il 10% rispetto al $, il rialzo vertiginoso dei rendimenti dei gilt (i titoli pubblici), con i prezzi in caduta verticale, ulteriore difficoltà a contenere l’inflazione. Il risultato è stato che la Bank of England ha dovuto scendere precipitosamente in campo, seppur avesse più volte ribadito, in nome della propria indipendenza, che non avrebbe assolutamente modificato i propri programmi (e quindi, innalzamento dei tassi e “alleggerimento” degli asset in titoli pubblici in suo possesso). Una “giravolta” che, al di là delle primissime reazioni, non è stata sufficiente a fermare l’emorragia. Infatti, il ragionamento dei mercati è stato, in parole molto semplici: se la Banca Centrale è costretta a “giocarsi” la propria credibilità per sostenere, di fatto, il Governo, allora significa che la situazione è ancora più grave di quanto si pensi. A rendere ancora più difficile la cosa, fin quasi ad annullare il “paracadute” della Bank of England, l’enorme esposizione in derivati dei Fondi Pensione inglesi (si calcola che gestiscano asset per qualche migliaia di MD, con un’esposizione in derivati che si calcola sia arrivata a circa 1.500 MD di sterline). Ciò significa che per far fronte al crollo dei prezzi dei titoli pubblici, sono stati costretti a “chiudere” le posizioni allo scoperto, vendendo titoli, provocando, quindi un effetto a catena, con ripercussioni su tutto il settore dei titoli obbligazionari/governativi (infatti gli spread sono aumentati, anche per altri motivi, peraltro, come le  aspettative di inflazione). E costringendo la Bank of England ad un nuovo intervento, raddoppiando, in sostanza, il piano di acquisiti, passato da 5MD di Sterline giorno a 10MD giorno. Aumentando quindi la sensazione di “gravità”. Al punto che ieri sera il Presidente della Banca inglese, Andrew Bailey, ha lanciato un proprio e vero ultimatum ai Fondi pensione, intimandoli a sistemare le cose nell’arco di una settimana. Provocando un improvviso cambio di umore degli operatori: Wall Street, unico mercato aperto a quell’ora, ha bruscamente virato, con il Nasdaq, in quel momento ben impostato, che ha immediatamente virato, chiudendo a – 1,24% (Dow Jones + 0,12%, S&P – 1,1%).

Insomma, i segnali sono chiari: già viviamo una situazione di difficoltà, come confermano i dati resi noti ieri dal Fondo Monetario Internazionale (che vede l’economia globale crescere, per il 2023, “solo” del 2,7%, ma con alcuni Paesi, tra cui il  nostro, in recessione: fa specie la Germania, che arretrerà dello 0,3%, mentre noi la seguiamo a ruota, con – 0,1%, mentre un discorso a parte merita la Russia, in arretramento del 2,3%), con inflazione ai massimi e un debito globale che continua a crescere. Basta poco, quindi,  in una situazione già precaria di suo, perché il sistema arrivi ad avvitarsi su sé stesso. E’ altresì vero che, su questi livelli, è sufficiente che arrivi qualche “buona notizia” perché il “sentiment” cambi rapidamente, un po’ come è successo nella primavera del 2020, quando, seppur il mondo fosse stato messo in ginocchio dal Covid, i mercati hanno cominciato una corsa che li ha portati, in più di uin caso, a toccare i massimi storici.

Questa mattina i mercati asiatici, dopo un avvio difficile per quanto successo a Wall Street, stanno dando segnali di recupero.

A Tokyo il Nikkei ha riconquistato la parità, mentre in Cina Shanghai è vicina al + 1%. Al momento viaggia in territorio negativo Hong Kong, con l’Hang Seng a – 0,84%, per quanto anche questo sia in fase di recupero.

Futures ben impostati ovunque, con rialzi vicini all’1%.

Materie prime in ordine sparso. Petrolio di nuovo in salita, con il WTI a $ 89,56. In leggera discesa il gas naturale Usa, a $ 6,583 (- 0,36%).

Ancora debole l’oro, a $ 1.680 (- 0,44%).

Spread stabile, intorno a 235 bp; BTP ad un rendimento del 4,50/55%.

Treasury USA a 3,92%, mentre il Gilt inglese ieri sera era al 4,42%.

€/$ che si conferma, per il momento, a 0,973.

Bitcoin sempre in area $ 19.000 (questa mattina 19.135, + 0,43%).

Ps: la crisi, ce lo dicono tutti, ma lo avvertiamo noi stessi, si fa sentire. Però succede che LVMH, il marchio del lusso per eccellenza, chiude i primi 9 mesi dell’anno con vendite pari a € 56,5 MD, in aumento del 28% rispetto allo stesso periodo del 2021. Nel terzo trimestre, un periodo, quindi, dove la “morsa” dei prezzi si è fatta ancora più forte, i ricavi sono stati di € 19,75 MD, con una crescita del 19%. Anche la parola crisi, evidentemente, ha un significato relativo.

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ultimo aggiornamento: 12-10-2022


Ancora e sempre guerra

Realtà e percezione della realtà