Abbiamo iniziato, circa due anni e mezzo fa, con la pandemia. Quando si pensava che ne “fossimo venuti fuori”, è arrivata la Guerra alle porte dell’Europa (anzi, in Europa, intendendo quella geografica e non quella “ristretta” della UE). E con la guerra è esploso il problema delle forniture energetiche. Ed ora mezzo mondo è alle prese con l’emergenza climatica, forse mai così grave ed evidente. Si può dire, quindi, che da circa due anni e mezzo l’emergenza sia diventata norma, e tutto fa pensare che sarà così ancora per un po’, se non, addirittura, che saremo sempre più in mondo emergenziale.

Abituarsi all’emergenza continua non è un processo semplice. Gli impatti sono sotto gli occhi di tutti, con una sensazione di precarietà ogni giorno più evidente: precarietà politica (e non si fa riferimento solo alla nostra, certamente ancora più precaria e incomprensibile), precarietà economica, con gli organismi monetari e governativi, costretti a continui interventi per sostenere le attività economiche, precarietà sociale, diretta conseguenza delle 2 precedenti, precarietà climatica, forse, a ben vedere, la più grave e preoccupante, in considerazione del fatto che per combatterla non servono vaccini e politiche monetarie e fiscali “benevole” ma cambiamenti di abitudini di vita che, nella migliore delle ipotesi, richiedono anni, se non decenni. Cambiamenti che, peraltro, spesso stridono con le “necvessità di breve” con cui dobbiamo fare i conti.

Prendiamo, per esempio, l’energia. La crisi delle forniture è sotto gli occhi di tutti, se è vero che ci troviamo oggi con molto meno gas proveniente dalla Russia e con prezzi alle stelle (ieri il megawattora è salito di oltre il 21%, arrivando ben oltre la soglia dei 200€). In attesa che scattino, dal prossimo 1 agosto, e fino al 31 marzo 23, i tagli ai consumi (che potranno raggiungere il 15% dei consumi medi degli ultimi 5 mesi), molti Paesi, per supplire alle carenze, hanno deciso di ripristinare l’utilizzo del carbone, come noto uno dei maggiori fattori inquinanti a livello planetario, riaprendo miniere a suo tempo “mandate in pensione”.

Ovviamente, con riferimento alla soglia del 15%, sono state previste deroghe per una decina di Paesi, tra cui il nostro, che subirà un taglio del 7%, pari a circa 4,1MD di metri cubi.

Ma le conseguenze della guerra in Ucraina non si limitano alle forniture di gas.

Proprio ieri il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha diramato le previsioni sulla crescita economica 2022/23.

Al di là delle preoccupazioni legate alle probabilità di una recessione a partire dal prossimo anno, la nota del Fondo Monetario mette in evidenza un evidente calo della crescita rispetto all’ultimo dato di aprile. A livello globale, ci dovremmo attestare ad un + 3,2% (- 0,4% vso aprile). Le 2 economie più forti al mondo, USA e Cina, si assesteranno rispettivamente a + 2,3% (- 1,4% vso aprile) e 3,3% (- 1,1%). Meglio dovrebbe andare per l’Italia, che, seppur di poco, dovrebbe chiudere con un risultato superiore alle attese (+ 3%).

Peggio andrà per l’anno prossimo. Nel 2023 la crescita globale dovrebbe raggiungere il 2,9%, un dato che sottintende minore crescita un po’ ovunque. Farà eccezione la Cina, dove quest’anno, almeno sino ad ora, i lockdown hanno pesato non poco: rispetto al + 3,3% di quest’anno, infatti, si dovrebbe toccare il + 4,6%. Di contro, gli Usa dovrebbero scendere all’1%, l’area Euro all’1,2%, con la Germania ad un risicato + 0,8%, superato da molte economie “minori” (Spagna + 2%, Francia + 1%, Brasile + 1,1%). Noi dovremmo fermarci ad un modesto + 0,7%, un dato che potrebbe essere messo ulteriormente in discussione dalla crisi politica e dall’incertezza del risultato elettorale.

Ieri, intanto, dopo l’allarme ricavi e utili lanciato da Walmart (che a New York ha chiuso con un calo del 7,7%), i listini americani hanno “pagato dazio”, con perdite tra lo 0,7% del Dow Jones al – 1,96% del Nasdaq, trascinando al ribasso gli indici europei.

Questa mattina mercati asiatici sempre “combattuti”, con il Nikkei a + 0,22%, mentre Shanghai “lima” di un modesto 0,17%. Peggio va a Hong Kong, che lascia sul terreno, al momento, l’1,38%.

Bene, invece, i futures, tutti in consistente rialzo, favoriti dai dati di Alphabet/Google, seppur meno positivi rispetto alle attese degli analisti, con il titolo che, nell’after-hour, è salito del 5% (così come Microsoft, + 4% nell’after-hour).

Petrolio (WTI) a $ 95,44.

Gas naturale americano a $ 8,766 (- 0,86%).

Oro che “tiene” i $ 1.700 (1’717, – 0,09%).

Spread a 246bp; la frenata del Bund (sceso sotto l’1% di rendimento – – 0,93% – dopo che neanche 2 mesi fa aveva toccato l’1,76%), peraltro, ci aiuta, “tenendo” il rendimento del BTP sotto il 3,50%.

Treasury Usa a 2,80%.

€/$ a 1,0133: probabilmente il mercato sta “scontando” il rialzo (quasi certamente dello 0,75%) che la FED oggi dovrebbe comunicare.

Rialza la testa il bitcoin, a $ 21.220 (+ 0,6%).

Ps: e così anche Amazon Prime si adegua all’inflazione. Dal 1 settembre, infatti, l’abbonamento al servizio di consegne rapide passerà da € 36 ad € 49, con un aumento del 36%. In Francia si è passati da € 49 ad € 69 (+ 41%), in Germania da € 69 ad € 89 (+ 29%), nel Regno Unito da Lst 79 a Lst 95 (+ 20%). Il colosso di Seattle detiene il 41% della quota di mercato dell’e-commerce, con il concorrente più forte (Walmart) al 6,6%. E nel 2021 Amazon, solo in Italia, ha venduto merci per oltre € 6 MD: una cifra superiore a quella dei suoi 10 principali concorrenti messi insieme.

Riproduzione riservata © 2022 - EFO

ultimo aggiornamento: 27-07-2022


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