Che le contraddizioni siano una caratteristica dell’essere umano è un dato di fatto inequivocabile.

Così non dovrebbe essere per una Nazione, il cui Governo mette in atto politiche che nascono spesso da compromessi piuttosto che da decisioni a lungo pesate e soppesate. Ma evidentemente, almeno per quanto riguarda il  nostro Paese, così non è.

In una fase storica che mai abbiamo vissuto, in cui sta emergendo in tutta la sua gravità la “dipendenza” di molti Paesi (in cui l’Italia è tra quelli maggiormente esposti) dalle forniture energetiche e l’assoluta necessità di trovare al più presto delle alternative, è di ieri la notizia che il Ministero della Transizione Ecologica ha respinto 37 richieste di indagini alla ricerca, nel sottosuolo o nei fondali marini antistanti le nostre coste, di nuovi giacimenti, richieste presentate tra il 2004 e il 2009 da alcune tra le principali Compagnie Europee (Eni, Shell, Total, etc). Su 45 permessi, pare che ne saranno approvati solo 3. Ma non basta: su 108 giacimenti di gas attivi (con quelli petroliferi si arriva a 123), 20 concessioni saranno revocate, 36 saranno soggette a verifica e 31 a limiti che congelano qualsiasi investimento futuro. Ne rimangono 21 “sani” su 108…

Il tutto, in realtà, rientra non in una decisione “schizofrenica” da parte degli attuali organi ministeriali, bensì in quello che viene definito provvedimento “Pitesai, vale a dire il Piano voluto dal 1° Governo Conte, diventato operativo, però, solo 4 mesi fa. In sostanza, in nome dell’ecologia (basti ricordare le polemiche sul TAP, il gasdotto che, attraverso il Mar Adriatico, sbuca in Puglia) si era deciso di impedire “trivellamenti” e qualsiasi forma di ricerca/produzione energetica nel  nostro Paese.

Da qui la spasmodica necessità, da parte del Governo attuale, di siglare nuovi accordi commerciali con Paesi (soprattutto nord africani, come l’Algeria, o a cavallo tra medio Oriente e Cina, come il Kazakistan) in grado di garantire, almeno in parte, l’energia che attualmente arriva dalla Russia.

Ormai, infatti, la strada dell’embargo si fa ogni giorno più probabile: si dovrebbe iniziare con il carbone (anche se la UE, su pressione della Germania, maggior importatrice del fossile dalla Russia, è orientata allo stop non in 3 bensì in 4 mesi), il cui peso finanziario peraltro è modesto (intorno a € 4MD all’anno), mentre sta proseguendo a ritmi serrati il negoziato tra i 27 Paesi membri per arrivare al blocco delle forniture sul gas. Più lento sembra, invece, il percorso riguardante il petrolio.

Certo è che, si arrivasse al blocco delle forniture, dovremo mettere in conto nuovi forti aumenti dei prezzi: si parla del + 47% per il gas e del 40% dell’elettricità. Ma anche se non si arrivasse all’embargo, per quanto ci riguarda si ipotizzano una riduzione dell’import pari al 18% per il 2022 e del 15% per il 2023.

Intanto sui nostri conti pubblici iniziano ad intravedersi le conseguenze dell’aumento dei tassi, con lo spread che ormai da settimane staziona stabilmente sopra i 150 bp. Il maggior costo per interessi sul Debito Pubblico italiano nei primi 3 mesi dell’anno si stima sia pari a € 375ML, che dovrebbe lievitare oltre i 2MD in considerazione anche delle nuove emissioni già previste (quest’anno si prevede un ammontare di BTP per circa € 310-320 MD; al netto dei rinnovi, si parla di circa 70/75 MD in più). Complessivamente il Governo ipotizza, in 3 anni, oltre € 30,4MD di maggiori oneri per interessi sul debito, pari, per il 2022, al 3,5% del PIL, che dovrebbe scendere al 3% nel 2024.

Dopo il recupero, nel finale di seduta, degli indici americani, in modesta chiusura positiva (Nasdaq + 0,23%, Dow Jones + 0,25%), anche le borse asiatiche danno segnali di ripresa: solo Hong Kong, per il momento, rimane in territorio negativo, mentre Tokyo e Shanghai “galleggiano” entrambe intorno al + 0,30%.

Futures in moderato rialzo su entrambe le sponde dell’Oceano (0,25/+0,30%).

Petrolio in netto calo nella giornata di ieri, mentre questa mattina da timidi segnali di ripresa, con il WTI appena sotto i $ 97 (96,83, + 0,7%).

Gas naturale sempre sopra i $ 6 (6,397, + 0,46%), mentre il megawattora ieri ha ceduto il 4,91%, a € 103.

Oro a $ 1.934 (- 0,28%).

€/S a 1,0869, in leggero recupero sui prezzi di ieri.

Spread che non ne vuole sapere di scendere sotto i 160 bp (163), con il rendimento del BTP sempre attorno al 2,30/2,32%.

Bitcoin che rinsalda le quotazioni a $ 43.500.

Ps: è noto che il nostro debito pubblico sia pari, miliardo più miliardo meno, a € 2.700 MD,  collocando l’Italia tra i Paesi più indebitati al mondo. Ma a quanto ammontano le tasse non riscosse? A € 1.100 MD, quindi il 40% del debito complessivo. Si calcola che in “magazzino” ci siano circa 130/140 ML di cartelle da incassare. Ma la cosa ancora più grave è che ogni anno, a fronte di circa € 10MD di crediti che vengono riscossi, ne arrivano 70 di nuovi da riscuotere. Forse c’è qualcosa che non va…(e non solo da parte dello Stato in termini di “impianto fiscale”).

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ultimo aggiornamento: 08-04-2022


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