L’Australia è nota (oltre che per i canguri…)per essere tra i maggiori produttori ed esportatori di materie prime, indubbiamente favorita dalla vicinanza con la Cina, che, nonostante la ricchezza del proprio sottosuolo, ha la necessità di implementare le scorte, considerati i propri ritmi di crescita, tra i più alti al mondo.

Ieri, però, forse ha fatto da apripista per quanto riguarda la “nuova stagione” delle politiche monetarie.

Infatti, la Banca Centrale ha di fatto deciso di porre termine alla fase monetaria espansionistica: all’inizio della pandemia aveva deciso di “bloccare” il rendimento dei titoli governativi triennali, impegnandosi a non farli salire oltre lo 0,10%, “controllando”, quindi, la curva dei tassi). Con questa decisione, il Governatore Philip Lowe ha confermato che il Paese sta uscendo dall’emergenza sanitaria, per cui non si rendono più necessari interventi “straordinari”. Il che, peraltro, non significa che si passi a politiche di segno opposto, cioè di rigore: in altre parole, il fatto che il Governo abbia deciso di “non presidiare” ulteriormente le dinamiche monetarie in maniera rigida non vuol dire che il rialzo dei tassi sia dietro l’angolo.

Ormai è chiaro che emergenza pandemica ed emergenza economica vanno a braccetto: allo stesso modo, è sotto gli occhi di tutti come l’uscita dall’emergenza sanitaria favorisca la crescita. A livello globale, si può affermare che la vera emergenza (tutti abbiamo ben presente cosa sia)sia terminata, anche se rimangono alcuni “focolai” che preoccupano non poco (fra tutti quello della Russia, dove ancora nella giornata di ieri le vittime hanno superato le 1.000 unità, e di altri Paesi dell’Est europeo). Allo stesso modo, la ripresa, per quanto abbia toccato, soprattutto nel 2° trimestre, picchi straordinari, non si può definire stabile e, soprattutto, non ha ancora permesso, soprattutto in alcuni settori, il ritorno alla situazione pre-Covid.

Da qui la necessità di muoversi con cautela sul fronte delle politiche monetarie. E oggi potremmo averne la conferma.

Sono attese per questa sera, infatti, le dichiarazioni del presidente FED, Jerome Powell, ai margini della 2 giorni del Comitato Direttivo della Banca Centrale americana. Le previsioni, già sul tavolo da settimane, se non mesi, sono per l’avvio del “tapering”, vale a dire una riduzione degli acquisti di titoli governativi e bond corporate (legati ai mutui)per $ 120 MD mese. Il “taglio” dovrebbe essere di $ 15MD mese: in 8 mesi, e quindi per la metà dell’anno prossimo, si dovrebbe giungere ad azzerare gli acquisti ($ 15MD x 8= $ 120MD). Da quanto si è visto non più tardi di ieri, giornata in cui gli spread di sono ristretti, con una riduzione dei rendimenti, i mercati ormai hanno “digerito” la decisione, dandone per scontata l’attuazione a partire dal questo mese. Rimane da definire se la FED si fermerà a ridurre gli acquisti o se, invece, vorrà “chiudere” ancor di più i rubinetti. Sarà particolarmente importante, pertanto, sentire cosa dirà Powell, o decifrarne le parole (spesso le dichiarazioni non sono mai “dirette”, ma prendono strade più tortuose, che richiedono approfondimenti e portano a interpretazioni, con l’aleatorietà del caso). Gli osservatori si aspettano un paio di rialzi entro il 2022, con un primo rialzo entro l’estate (anche se CitiBank, per esempio, ipotizza che si possa rendere necessario anticipare i tempi).

Chi, al momento, lascia intendere che il 2022 sarà un anno di “passaggio” è la BCE, che si dichiara convinta che i tassi, in Europa, anche per l’anno prossimo rimarranno fermi, essendo l’inflazione ritenuta, ancora una volta, transitoria e lontana dalla “zona di rischio” (superiore al 2% nel medio termine, cioè a 3 anni). Dovranno quindi esserci riscontri reali e precisi, che non si basino solo su aspettative e dati previsionali: secondo la BCE è molto probabile che l’inflazione nel 2022 tornerà a livelli di maggior “confort”, venendo meno i 3 elementi che, per quanto riguarda l’area €, hanno provocato il picco di questo periodo: scomparsa dell’effetto IVA in Germania, diminuzione dei prezzi delle materie prime, normalizzazione delle forniture, con l’eliminazione dei colli di bottiglia che tanti disagi hanno creato in questi mesi.

Ancora una volta, mercati a 2 facce: se da una parte Wall Street non da segni di volersi fermare, dall’altra le borse asiatiche confermano la loro fase di debolezza. Hong Kong è alla 7° seduta negativa consecutiva (da segnalare, peraltro, l’andamento positivo di Evergrande, in rialzo di circa 2 punti), mentre Shanghai è al 3° ribasso in 3 giorni. Chiusa per festività la borsa di Tokyo. Scende anche la borsa di Seul (circa – 1.3%), nonostante il fortissimo rialzo (praticamente ha raddoppiato il prezzo dell’IPO)di Kakao Pay, al suo debutto.

Futures anche oggi frazionalmente negativi.

Materie prime in ribasso: petrolio (WTI)a $ 82,59, – 1,7%, oro $ 1.782 (- 0,46%). In controtendenza il gas naturale ($ 5,579, + 0,47%).

Spread in ribasso: questa mattina lo troviamo a 123 bp, dopo che ieri aveva chiuso a 125, lontano dai 132 bp di lunedì. Rendimento del BTP che torna verso 1,10%. Stabile il treasury USA, a 1,55%.

In rafforzamento il $, che scende sotto 1.16 vso € (1,1582).

Bitcoin a $ 63.000 (+ 2,37%).

Ps: a proposito di colli di bottiglia: sono stati resi noti ieri i dati sulle immatricolazioni di auto in Italia del mese di ottobre. Il calo, rispetto allo stesso mese, già molto difficile, dell’anno scorso, è stato pari al 36% (che segue il precedente – 30% di settembre). Per il periodo gennaio-settembre, la caduta, rispetto al 2019, è del 25,3%, mentre il recupero rispetto al drammatico 2020 è di un modesto 12,7%. I concessionari hanno dichiarato che le giacenze sono assolutamente insufficienti per far fronte alla domanda, con prospettive difficili anche nei prossimi mesi. Il motivo è sempre lo stesso: la mancanza di microchips (e non la mancanza della domanda).

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ultimo aggiornamento: 03-11-2021


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