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Direttore: Alessandro Plateroti

Transitorietà o persistenza

Retribuzione

In questi mesi si sono moltiplicati gli articoli e i dibattiti intorno alla “transitorietà” dell’inflazione. Ma, come per ogni cosa, vale la teoria della relatività. Cosa definisce la transitorietà? Quale è la durata che la definisce? 3 mesi? 6 mesi? 1 anno? 2 anni?

La discussione, quindi, più che sulla “forza” dell’inflazione (oramai, anche alla luce dei dati resi noti ieri, che di seguito analizzeremo meglio), ora vira sulla sua durata.

Evidentemente, nulla è definitivo. Ovvero, tutto può essere transitorio. Certo che se i livelli di inflazione attuale dovessero durare per più di 12 mesi, sarebbe difficile per i “policy maker” continuare a rimanere “arroccati” sulle proprie posizioni. Non a caso, proprio ieri alcuni analisti tedeschi, riuniti nel Consiglio degli esperti economici, creato 58 anni fa, hanno espresso le loro preoccupazioni: in uno studio trasmesso alla cancelliera Merkel (in attesa che si formi il nuovo governo, cosa evidentemente non semplice, con negoziati che vanno avanti da oltre 1 mese e che richiederanno ancora tempo) paventano il rischio che l’inflazione possa diventare persistente, la qual cosa avrebbe conseguenze pesanti sulle politiche monetarie e sulle misure per la loro attuazione.

La corsa dei prezzi dura oramai da qualche mese. Le cause le abbiamo imparate a memoria: rialzo delle materie prime, colli di bottiglia nelle forniture, aumento dei consumi da parte delle famiglie. A questi fenomeni, però, che possiamo ancora ritenere “passeggeri”, inizia ad affiancarsene un altro che senza dubbio passeggero non è: l’aumento dei salari (non si sta parlando del nostro Paese, ma soprattutto degli USA). Quasi impossibile che, una volta inglobato l’aumento, si torni indietro.

In quel Paese, ma ci sono segnali un po’ ovunque nel mondo, siamo ai massimi da circa 30 anni: solo nel mese di ottobre, l’incremento dei prezzi è stato dello 0,9%, portando il rialzo, su base annua, al 6,2% (5,4% a settembre). Al netto di alimentari ed energia, il rialzo si ferma al 4,6%, comunque il più alto dall’agosto 1991 (la benzina è aumentata, in un anno, del 65%…).

Ciò nonostante, i mercati, seppur negativi (a Wall Street il Nasdaq ha ceduto l’1,44%, mentre il Dow Jones è sceso dello 0,66%), hanno reagito con una certa calma, non facendosi prendere dal panico. Senza dubbio hanno aiutato le parole di Janet Yellen, la Segretaria al Tesoro USA, che si è affrettata a gettare “acqua sul fuoco”, riaffermando ancora una volta che tutte le autorità monetarie-finanziarie stanno prestando la massima attenzione e non lesineranno gli sforzi per mantenere sotto controllo la situazione e continuare a sostenere la ripresa. Peraltro, sempre più osservatori ritengono che, sempre negli USA, la FED sarà costretta ad intervenire sui tassi, prevedendo addirittura non 2 ma 3 rialzi nel corso del prossimo anno. A rafforzare questa tesi, l’andamento della “curva” (la relazione tra i tassi a “breve” – intendendo per tali quelli a 2 anni – e quelli a “lungo” – vale a dire quelli a 10 anni), sempre più appiattita: il differenziale, infatti, è sceso a 99 bp dai precedenti 102 bp. Il rendimento del treasury a 2 anni è salito allo 0,49%, dallo 0,44% dell’apertura, mentre il decennale è rimasto a 1.48% (per quanto questa mattina faccia segnare 1,55%). Sostanzialmente, un appiattimento della curva significa che gli investitori ritengono che nel breve i rischi di inflazione siano molto rilevanti, mentre a “lungo” rimane sotto controllo. Al contrario, un “irripidimento” rappresenta attese di stabilità nel breve, ma rialzi nel lungo. Di solito, alla prima teoria si accompagna anche il rischio di un rallentamento della crescita, il che non farebbe che aumentare le preoccupazioni per una nuova fase difficile per l’economia. Anche da qui, evidentemente, il dilemma dei banchieri centrali (nella fattispecie la FED) di porre mano alle politiche monetarie, avviando il passaggio ad un maggior rigore.

Peraltro, altri “indicatori” starebbero a confermare le preoccupazioni di analisti ed investitori: l’oro, per esempio, solo nella giornata di ieri è cresciuto oltre i $ 1.850 (+ 1%), mentre il $ si è ulteriormente rafforzato, portandosi sotto 1,15 (1.147) verso €, il livello più basso dall’agosto 2020 (spinto, per l’appunto, dalle attese di rialzo dei tassi).

Anche il Bitcoin (da alcuni inizia ad essere ritenuto una sorta di “bene rifugio”) ha avuto la sua “giornata di gloria”, arrivando a segnare nuovi massimi a $ 68.900, anche se questa mattina ritraccia a $ 64.900.

La giornata si preannuncia contrassegnata da un clima positivo, come si i dati di ieri fossero stati in linea con le attese (e comunque non tali da creare paura e “fuga” dai mercati). Le borse asiatiche sia apprestano a chiudere in territorio positivo: si va dal + 0,59% di Tokyo al + 1.15% di Shanghai per arrivare al + 1.25% di Hong Kong, trascinata dal + 7% di Evergrande, sulla notizia del pagamento di cedole per $ 148ML su 3 emissioni obbligazionarie, che hanno allontanato il rischio di default.

A rasserenare i mercati anche, probabilmente, la notizia dell’incontro, seppur virtuale, tra il Presidente Biden e il suo omonimo Xi Jinping, previsto per la settimana prossima (probabilmente già lunedì 15).

Futures ovunque positivi, a confermare gli umori degli investitori.

Continua il rafforzamento dell’oro, che questa mattina si porta verso i $ 1.860.

In ripresa il petrolio, con il WTI che recupera a $ 81,59, dopo la caduta del 2,5% di ieri, e il gas naturale, nuovamente vicino a $ 5 (4,98, + 1,89%).

Scivola un pochino lo spread, che troviamo a 116,8, per un rendimento del BTP intorno allo 0,90%.

Sempre forte, come detto, il $ §(€/$ 1,1474).

In arretramento il bitcoin.

Ps: ieri si diceva della decisione di Singapore di far pagare, dal prossimo 8 dicembre, le cure mediche di cui avessero bisogno le persone colpite dal Covid che non risultassero vaccinate. Ma quale è il costo di un ricovero in terapia intensiva? Per rimanere nel nostro Paese, è stato calcolato che la “diaria” per ogni ricoverato in terapia intensiva è pari a € 2.800, tra costo del personale, farmaci e materiale sanitario, attività sanitarie di supporto e costi vari. Stimando una degenza media di 10 giorni, si arriva a € 28.000 per paziente. Oggi, in Italia, i ricoverati in reparti intensivi, sono 423. I conti sono presto fatti: si supera tranquillamente il milione al giorno.

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ultimo aggiornamento: 11 Novembre 2021 8:49

Il dilemma (sulla crescita)