Secondo gli analisti, quando per 2 trimestri consecutivi il PIL ha un andamento negativo si è in recessione tecnica.

Ecco dunque che la principale economia del mondo si trova in questa fase: il secondo trimestre, infatti, si è chiuso a – 0,9%, dopo il più pesante – 1,6% registrato nel primo trimestre, un dato peggiore rispetto alle previsioni (che andavano da un – 0,4% ad un ben più ottimistico + 0,3%). I rischi di una recessione “vera” e non solo “tecnica” diventano quindi più concreti: se ciò non accadesse sarebbe la prima volta dal 1947, ultimo anno in cui, seppur per 2 trimestri gli USA avessero avuto crescita negativa, l’economia non è andata in crisi.

I pareri sull’andamento futuro, almeno per quella parte del mondo (a cui il resto del pianeta guarda con un certo interesse, visto il ruolo di “traino” che può avere sulle altre economie), sono piuttosto contrastanti.

Da una parte la FED lascia intendere che potrebbe essere segnali indicatori di ulteriori frenate, sottintendendo che, se così fosse, sarebbe disposta ad una “inversione ad U” per quanto riguarda le politiche monetarie, interrompendo in tempi più rapidi del previsto i rialzi dei tassi già programmati (anche se molti ritengono che difficilmente ciò avverrebbe già a settembre). Ipotesi più probabile verso la fine dell’anno, mentre si da quasi per scontato che accadrà nel 2023, almeno per la prima parte dell’anno, per poi riprendere successivamente.

Diverso il parere della politica, con l’Amministrazione Biden, per bocca dello stesso Presidente e della segretaria al Tesoro Janet Yellen, concordi nel definire la “frenata” un “normale rallentamento dopo l’exploit seguito alla pandemia. Di certo, se si guarda all’occupazione, oggi gli USA si trovano praticamente in una fase di “piena occupazione”, con la disoccupazione al 3,6%, mai così bassa (motivo di vanto per il Presidente Biden, che si assume il merito di aver creato, in 18 mesi, oltre 9 ML di posti di lavoro). Non dimentichiamo che tra pochi mesi (novembre) si terranno le elezioni di mid-term, con il Presidente americano che vorrà presentarsi con “i compiti” fatti a dovere: quindi bassa disoccupazione, inflazione in discesa (qualche segnale positivo sta arrivando), forti investimenti a favore di famiglie e imprese (ieri il Senato Usa ha definito un piano di spesa anti-inflazione per $ 369 MD). La strada, per Biden, è in salita, ma la “dinamicità” dell’economia americana è ben nota; se poi, come qualche analista inizia a pensare, anche i mercati finanziari dovessero essersi lasciati alle spalle il periodo più duro (e quanto sta avvenendo nelle ultime settimane, con i recuperi del Nasdaq e dello S&P 500, sembrerebbe avvalorare questa tesi), non è detto che non riesca a invertire i pronostici, che, al momento, vedono i Repubblicani favoriti (anche se le recenti, pesantissime, accuse all’ex Presidente Trump potrebbero infliggere un colpo durissimo alle loro ambizioni). Secondo lo Yellen per combattere l’inflazione e favorire, quindi, la ripartenza economica, sarebbe oltremodo importante imporre un “cap price” al petrolio: guarda caso quanto avrebbe voluto fare Draghi con il gas russo, per mettere “in sicurezza” non solo l’Italia, ma anche l’Europa. Ma quest’ultimo è solo uno dei tanti esempi per cui la situazione italiane appare ogni giorno di più incredibile e paradossale: aver “mandato a casa” chi, senza troppi giri di parole, aveva “le chiavi” per aprire al nostro Paese le porte che contano lascia un senso di frustrazione non così semplice da superare. E non bastano certe le parole di chi, come Ignazio Visco, il Governatore di Bankitalia, si dice certo che l’Italia raggiungerà, qualunque sarà il Governo che uscirà dalle elezioni del 25 settembre, gli obiettivi del PNRR e gli impegni con l’Europa, rassicurando i mercati.

Intanto, però, ieri i BTP a 5 anni hanno raggiunto il 2,82% di rendimento, mai così alto dall’ottobre 2013, con il decennale al 3.46%. E questo è un dato di fatto.

Ieri Wall Street ha dato un ulteriore segnale di forza: dopo un avvio negativo, gli indici hanno invertito la rotta, con il Dow Jones  a + 1,03%, Nasdaq + 0,92%, S&P500 + 1,21%. Oltre alle valutazioni sulle parole di Powell, un peso significativo lo hanno avuto le trimestrali di molte aziende, con dati molto più positivi rispetto alle attese. Come confermato anche da Amazon e Apple, i cui titoli, nel dopo borsa, ha preso la rincorsa.

Questa mattina mercati asiatici contrastati: Nikkei che si muove intorno alla parità, mentre Shanghia perde lo 0,80%. Ancor più pesante Hong Kong, in calo del 2,29%. Ad influenzare i listini “Great China”, l’esito non proprio positivo della lunghissima telefonata tra Xi Jinping e Biden sul tema Taiwan, con le due maggiori potenze economiche al mondo che rimangono su posizioni tra loro molto distanti.

Futures questa mattina ovunque positivi, grazie, appunto, alle trimestrali di cui sopra, con rialzi che, nel caso del Nasdaq, superano l’1,50%.

Petrolio (WTI) sempre vicino ai $ 97.

Gas naturale USA a $ 8,170.

Oro ai massimi da 3 settimane,  a $ 1.733 (+ 0,74%).

Spread sempre intorno ai 240 bp.

Bund tedesco a 0,82% dallo 0.92% di ieri. Treasury Usa a 2,67%.

In recupero l’€, con l’€/$ a 1,0248.

Ancora in crescita il bitcoin, che, dopo mesi, si riporta sopra i $ 24.000 (24.335, + 5,35%).

Ps: altro grave lutto per la cultura italiana. Ieri, all’età di 92 anni, è morto Pietro Citati, scrittore e forse il più grande critico letterario italiano di sempre. Tutti i più grandi autori (Tolstoj, Kafka, Goethe, Proust, Hugo, etc) sono stati oggetto dei suoi studi. Aveva un metodo: ogni 3-4 anni ne individuava uno, leggeva tutto quello che aveva scritto, e poi a sua volta gli dedicava un libro. Ma forse il suo merito più grande era di mettere la cultura “a disposizione di tutti”, rendendola fruibile e comprensibile anche a chi non “navigava” nel sapere come lui.

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ultimo aggiornamento: 29-07-2022


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Una calda estate