Di fronte alla minaccia nucleare tutto passa in secondo piano. E non può che essere così, per quanto si parli di armi tattiche nucleari, armi costruite per colpire un preciso obiettivo senza causare distruzioni e radiazioni diffuse. Ad oggi non sono mai state usate in nessun conflitto, e quindi questa è la prima incertezza. Se le armi usate per sconfiggere il Giappone avevano una portata di 15.000 e 21.000 tonnellate, queste, sulla carta, hanno una potenza tra i 100 e 1.000 ton di esplosivo (pari ad una potenza tra 0,1 e 1 kiloton). Peraltro, oltre ai classici ordigni, gli arsenali di Usa e Russia comprendono proiettili ed altri dispositivi che si possono definire nucleari. Teoricamente i rischi possono essere limitati, ma l’impatto emotivo sarebbe enorme, e con esso la probabilità di un’escalation che non si da dove potrebbe portarci. Non a caso il Segretario della Nato, Jens Stoltenberg, e con lui il Presidente Biden, ha dichiarato che l’uso eventuale di queste armi da parte di Putin potrebbe avere conseguenze molto gravi sulla Russia; e lo stesso Papa Francesco, come sappiamo, proprio ieri ha sentito la necessità di un appello al Presidente russo affinchè si arrivi ad un cessate il fuoco e all’avvio immediato di un vero negoziato.

Le voci provenienti dal conflitto, che vedono le truppe russe ancora arretrare anche dopo l’entrata in vigore dell’annessione dei territori ucraini “contesi” dopo il referendum farsa, si ineriscono in un contesto economico che rimane preoccupante.

La decisione del Governo tedesco di varare misure di sostegno eccezionali, pari a € 200 MD (impossibili per qualsiasi altro Paese membro della UE), per sostenere l’economia getta più di un’ombra sulla capacità della UE di affrontare in maniera condivisa il problema della crisi energetica. Di certo quella del price cap sembra una strada non perseguibile, per cui vanno studiate altre soluzioni. Il Presidente Draghi, per quanto il suo esecutivo sia agli sgoccioli, si è mostrato piuttosto irritato dalla scelta dell’omologo Sholtz, consapevole del fatto che l’Italia rischia di rimanere ulteriormente indietro rispetto ai Paesi più ricchi e più forti. Infatti, agendo in perfetta autonomia, la Germania non solo getta più di un’ombra sulla UE, ma rischia di “scaricare” sugli altri Paesi il costo della crisi, mettendo in atto una sorta di “si salvi chi può” che non può che indebolire l’idea stessa di Unione Europea.

Al di là della situazione geopolitica, i problemi sul tavolo rimangono più d’uno, dalla forza del $, che sta creando non pochi problemi in giro per il mondo, con le economie emergenti schiacciate da un peso del debito sempre più grande (essendo la maggior parte delle emissioni in $ Usa), con alcune di esse allo stremo a causa di un livello di inflazione non gestibile (l’Argentina e la Turchia viaggiano a livelli superiori all’80%), ad un’inflazione che non da segni di cedimento (nell’area a settembre si è toccato il 10%, mentre da noi siamo all’8,9% medio, con aumenti tendenziali, nell’ultimo mese, dell’11,1%). Restringendo il campo e limitando lo sguardo all’Italia, non passa inosservato il dato relativo al costo del debito, aspetto non secondario considerata la nostra esposizione finanziaria. Se nel 2021 si era toccato, relativamente agli oneri finanziari delle nuove emissioni, pari allo 0,1%, ad oggi siamo passati all’1,31%, dopo che a maggio eravamo ancora allo 0,71%. Rialzi le cui conseguenze si faranno sentire nei prossimi anni (la durata media del nostro debito è pari a 7,12 anni). Ma già oggi ne abbiamo una prova: quest’anno, come ha indicato il Governo nella nota di bilancio, il peso degli interessi salirà di € 9,2 MD, di cui ben 7,4 MD dovuti ai maggiori interessi pagati per i titoli indicizzati all’inflazione. Quest’anno il Tesoro ha già € 210 MD di titoli (di cui € 191 MD di rinnovi), mentre da qui alla fine dell’anno ci saranno rinnovi per € 50 MD e € 14 MD di nuove emissioni. E con i tassi del decennale tra il 4.50 e il 4,70% (con qualcuno che stima che si potrebbe arrivare anche al 5%) i tempi non si annunciano così favorevoli.

La settimana (e il trimestre) si apre con gli indici asiatici contrastati. Con la Cina chiusa per festività, Tokyo si appresta a chiudere con un rialzo superiore all’1%, mentre Hong Kong scivola con un ribasso intorno allo 0,90%.

Futures in ripresa, dopo un avvio di giornata improntato alla debolezza.

Sale il petrolio, con il WTI che si porta a $ 81.62 (+ 2,55%).

Gas naturale Usa a – 1,67% ($ 6,664).

Oro piatto a $ 1.672.

Spread a 239 bp, con il rendimento del BTP appena sotto il 4,50 %(4,49). Venerdì Moody’s ha procrastinato alla primavera il giudizio sull’Italia, mantenendo il livello Baa3, con outlook negativo. Probabile che alla base della “sospensione” ci sia la volontà di capire come si muoverà il nuovo esecutivo. Al momento rimangono confermate le date per i giudizi delle altre società di rating già in calendario (S&P il 21 ottobre, 28 ottobre DBRS, mentre Fitch si esprimerà il 18 novembre).

Segnali di (relativa) debolezza del $, a 0,9811 verso $.

Senza particolari spunti il bitcoin, a $ 19.234 (- 0,23%).

Ps: anche per i giochi siamo in piena epoca social: non si contano più le app che consentono di giocare sullo schermo dei nostri smart-phone. Per non parlare della play-station. Ma c’è un gioco che sembra non passare mai di moda e che mantiene inalterato il proprio richiamo. La Lego compie 90 anni: e lo fa con numeri sbalorditivi. I ricavi del 1° semestre dell’anno, infatti, si sono chiusi a 27 MD di corone danesi (pari ad € 3,63 MD), in crescita del 17% rispetto all’anno precedente. 90 anni ma non dimostrarli.

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ultimo aggiornamento: 03-10-2022


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