Direttore: Alessandro Plateroti

Una delle differenze che contraddistinguono i mercati azionari da quelli obbligazionari è il così detto “premio al rischio”. In altre parole, il “capitale di rischio”, in cui rientrano gli investimenti azionari, dovrebbe offrire, appunto in quanto esposto ad un “rischio” maggiore, un rendimento superiore a quello atteso delle obbligazioni (reddito fisso). Va precisato, peraltro, moltissimi altri fattori entrano in gioco, dal rating di chi emette il debito, alla durata (e quindi la scadenza) dell’investimento, al rischio Paese, alla tipologia di flusso cedolare proposto (variabile o fisso), liquidità del titolo oggetto dell’emissione (quantitativo) solo per citarne alcuni.

Il rialzo, da circa 1 anno e mezzo a questa parte, di molti indici, fa sì che oggi, questa “norma” – non scritta – sia non così attuale.

Succede, infatti, che alcune borse abbiano ormai un “prezzo” che fa sì che il loro rendimento “intrinseco” (la loro “redditività”, data principalmente dai dividendi medi offerti, ma non solo) sia inferiore a quello offerto dai titoli obbligazionari.

Il caso più evidente, dovuto anche alle dimensioni e all’effetto psicologico che viene rappresentato (più volte si è detto dell’importanza della “psicologia” quando si parla di investimenti), è quello dello S&P 500, il “listino” per eccellenza. Oggi il suo valore è pari a 21,5 volte il rapporto prezzo/utili (p/e), superiore alla media degli ultimi 13 anni (19,4). Al di là di questo elemento, peraltro fondamentale per comprendere se “il prezzo è giusto”, quello che balza agli occhi è, appunto, la sua redditività, pari al 4,7%, appena 2 decimali sopra il rendimento del Treasury a 10 anni, pari al 4,5%.

Ancora più evidente appare la distonia se prendiamo in esame il Nasdaq. Trascinato dalle Big 7 (o 6 o 5 che siano, se guardiamo ai rendimenti degli ultimi mesi), oggi vale 30,4 volte gli utili contro un valore medio del 29,2. Il tasso di redditività, invece, è addirittura del 3,3% (è noto che molte aziende del settore tech, fortemente indebitate per gli investimenti piuttosto cospicui che debbono continuamente sostenere, pagano dividendi  molto bassi o, in molti casi, non li pagano neppure): vale a dire quasi 1/3 meno di quanto offra un porto sicuro” come, appunto, il Treasury.

Come sempre, diventa abbastanza difficile definire la linea di confine tra oggettività e irrazionalità.

Se si guarda, per esempio, sempre avendo a riferimento lo S&P 500, però in base al rapporto prezzo/utili di Shiller (vale a dire il rapporto “normalizzato” sull’inflazione dell’ultimo decennio), il dato viaggia intorno a 34, vale a dire a oltre il doppio della mediana (15,9). Però molto lontano dai massimi di 44,9 volte toccati all’epoca della bolla tech del 2000.

Attorno a questi numeri i pareri si sprecano, andando da chi ritiene ormai vicino, nuovamente, il momento di una “caporetto” dei mercati e chi, invece, sostiene che la situazione attuale non sia assolutamente paragonabile a quella di inizio millennio. In effetti, guardando agli utili, uno dei fattori ritenuti più importanti, oggi molte società continuano a confermare una marginalità assolutamente inimmaginabile per le “dot.com” di 24 anni fa. Forse il caso più clamoroso è quella di Nvidia, la “star” dei chip: per quanto il suo valore, nell’arco di 12 mesi, sia pressochè triplicato, i suoi utili sono addirittura sestuplicati, facendo sì che il rapporto p/e sia oggi più favorevole rispetto al maggio 2023.

C’è, poi, da dire che oggi, ma molto probabilmente, ancor più domani (e qui va ricordato, ancora una volta, il fattore “aspettative”, forse il volano più forte per i mercati), l’effetto AI è già alto, con un impatto sulle nostre vite che diventa ogni giorno più “invasivo”, con applicazioni che ormai spaziano in ogni settore e in ogni area geografica. Un cambiamento, quindi, non dettato dalle mode del momento, ma dall’esigenza di progresso che fa andare avanti il mondo.

Non vanno, poi, dimenticate, ricordiamolo ancora una volta, le attese sulle politiche monetarie da parte delle Banche Centrali, con la BCE in “pole position”: il 6 giugno è tra 2 giorni, e quello dovrebbe essere lo “spartiacque” che apre alla nuova fase. E’ scontata, infatti, la riduzione dello 0,25%, a cui potrebbe seguirne un’altra, sempre della stessa percentuale, a luglio, mentre, sull’altra sponda dell’oceano, se ne parlerà, probabilmente, non prima di settembre. Un punto, questo, a favore dei mercati europei (compreso il nostro MIB), che potrebbero “accelerare” rispetto a quelli “made in USA”, che si trovano un bel po’ più avanti.

Gli indici asiatici aprono la giornata a velocità diverse.

A brillare, anche questa mattina, l’Hang Seng di Hong Kong, “aiutato” dall’ennesimo recupero del tecnologico americano (Nasdaq + 0,35%), che, in questi minuti, tratta a + 0,71%.

In accelerazione Shanghai, che sale dello 0,53%.

In lieve ripiegamento, invece, il Nikkei di Tokyo, a – 0,22%.

Forte calo del Sensex di Mumbai, che, dopo il record di ieri, arretra del 4% sulle polemiche innestate dagli exit polls delle elezioni che si sono chiuse 2 giorni fa, con i partiti di minoranza che contestano la regolarità del voto.

Clamoroso tonfo anche, ieri, per la borsa del Messico, che ha chiuso in calo del 6% dopo il trionfo della “Presidenta” Claudia Sheinbaum: non tanto perché a vincere è stato la candidata progressista, quanto per le dimensioni della sua affermazione, con una maggioranza che sfiora il 60%.

Futures al momento in prevalenza con il segno rosso, con cali intorno allo 0,15/0,20%.

Ancora in ribasso il petrolio, con il WTI che questa mattina tocca i $ 73,35 (- 1,27%).

Si calma il gas naturale Usa, che nelle prime contrattazione perde lo 0,58% ($ 2,744).

Oro stabile, a $ 2.369.

Spread a 130,6, con il BTP a 3,87%.

Bund in forte calo, a 2,57% dal 2,67%.

Treasury a 4,40%, quasi 10 punti meno di ieri sulle indicazioni di un’industria manifatturiera che inizia a soffrire.

Si indebolisce il $, con l’€/$ che scambia a 1,0898.

Bitcoin sempre “nei pressi” di quota 69.000 $ (68.978).

Ps: si continua a parlare dei “nuovi poveri”, la quantità di persone, non solo nel nostro Paese, che fatica sempre di più ad arrivare a fine mese ed assicurare ai propri figli un “onorevole” tenore di vita. Un problema che indubbiamente non tocca Hock Tan, Ceo di Broadcom, società attiva, tanto per cambiare, nel settore dei semiconduttori: il “buon” Hock si è portato a casa, l’anno scorso, “solo” $ 162 ML (va detto anche con il variabile e i piani di incentivazione). La più pagata, tra le donne, è stata, ancora una volta (è la quinta consecutiva) Lisa Su, Ceo di Advanced Micro Devices, con $ 30,3 ML. La media, per i Ceo di società quotate allo S&P 500, è di $ 16,3 ML: un lavoratore con una paga media occorrebbero soltanto 200 anni per arrivare ad incassarli…

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ultimo aggiornamento: 04-06-2024


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