Le giornate sempre più fredde ci ricordano che ci stiamo avvicinando a grandi passi verso l’inverno. Anzi, verso il “generale inverno”. Una definizione che ribadisce come questa sia forse la stagione più difficile da affrontare.

Allo stesso modo, non passa giorno in cui non ci giungano notizie sullo spread. Anzi, sul “generale spread”. Oramai è entrato a far parte della nostra quotidianità, diventando lessico comune, condizionando, in considerazione dell’impatto che ha sulle questioni finanziarie, la nostra vita. Non che prima non lo avesse, ma le crisi degli ultimi anni, a partire da quella sui subprime del 2008/2009 e del debito sovrano del 2011/2012, hanno ridotto le distanze, rendendo, sotto certi aspetti, le vicende economiche/finanziare argomenti di interesse comune.

La sua importanza, ovviamente, va di pari passo con il crescere del debito.

Come noto, oramai il mondo “vive a debito”: a livello globale, tra settore pubblico e settore privato, è arrivato a sfiorare il 350% del PIL mondiale. Numeri impressionanti, che continuano a crescere: dalla crisi Lehman Brothers è aumentato del 25%. In neanche 15 anni, cioè, è cresciuto di un quarto.

Suddividendo in 4 categorie il debito complessivo (Stati, famiglie, aziende non finanziarie, banche e società finanziarie), si scopre (anche se era facile immaginarlo, visto quanto si è verificato negli ultimi anni) che quello statale è quello che è maggiormente cresciuto, passando dal 58% al 102% del PIL. Un peso che per molti Paesi sta diventando difficile da sostenere, a maggior ragione per quelli che lo hanno denominato in valuta estera, come la stragrande maggioranza dei Paesi emergenti (e il concomitante rafforzamento del $, che quest’anno, verso molte valute, è stato superiore al 20%, ha ulteriormente aggravato la situazione). Non a caso abbiamo assistito ai primi default (vedi il caso dello Sri Lanka), con altri Paesi fortemente a rischio.

Oltre agli Stati, l’altra voce che ha visto impennare il proprio debito è costituita dalle aziende corporate (aziende non finanziarie), passate dal 75% del 2007 al 98% attuale. In termini assoluti, circa $ 90.000 MD. Andando ulteriormente più a fondo, si scopre che circa il 31% (€ 27.000 MD) “appartiene” ad aziende cinesi. Una concentrazione che, se le cose dovessero andare nel “verso storto” potrebbe essere la causa di non pochi problemi. E forse anche per questa ragione si guarda a quel Paese con una certa preoccupazione e si leggono i dati che da lì provengono con una attenzione maggiore. Vedi quelli sul Covid, che continua a causare rallentamenti al ciclo economico. E’ proprio di ieri, a tal proposito, la notizia che è stato registrato il maggior picco di contagi (13.000) dall’inizio della pandemia, con nuovi lockdown anche a Pechino. Naturale che il Governo segua la strada degli aiuti (anche per placare le proteste dei cittadini), spingendo, per es, il settore bancario ad erogare sempre nuovo debito. Come è successo ieri, con l’apertura di una nuova maxi linea di credito di $ 162MD a favore delle società immobiliari più vicine al fallimento.

Stanno meglio le Banche (e le società finanziarie) e le famiglie: vero è che il debito complessivo è aumentato (e quindi, in numeri assoluti, anche il loro), ma è altresì vero che la loro percentuale è rimasta pressochè invariata. Le prime erano, nel 2007, all’85%, stessa percentuale in cui si trovano ora. Le seconde sono passate dal 60% al 64% rispetto al debito/PIL una percentuale certamente non bassa, ma più che sostenibile (guarda caso quello, più o meno, previsto dal patto di stabilità della UE per gli Stati membri).

Possiamo ben comprendere, quindi, il perché lo spread sia un “controllato speciale”. Di certo non l’unico (e forse neanche il più importante, se lo confrontiamo, per es, alle dinamiche sui tassi in corso inizio anno), ma assolutamente determinante per i conti di Stati, imprese e famiglie (vogliamo parlare di mutui….?).

Ieri indici USA chiusi per la festa del ringraziamento: oggi riapriranno, ma con orario ridotto.

In Asia assistiamo al rialzo di Shanghai, nonostante le restrizioni imposte in molte province. Tokyo e Hong Kong, invece, si apprestano a chiudere la settimana con gli indici in ribasso (Nikkei – 0,35%, Hang Seng – 0,5%).

Futures al momento senza una direzione precisa.

Petrolio in cerca di ripresa, con il WTI a $ 78,45 (+ 0,53%).

Gas naturale USA a $ 7,464 (- 3,35%); sorte analoga per quello allo snodo di Amsterdam, arretrato del 4,19% a € 126,95.

Oro a $ 1.753,90, + 0,53%.

Spread a 183 bp: il rendimento del BTP “naviga” al 3,65%, un livello che non si vedeva da agosto.

Treasury esattamente sullo stesso livello, dal 3,61% di ieri. Bund all’1,85%.

€/$ stabile, sempre intorno a 1,042.

Leggero ripiegamento per il bitcoin, che questa mattina tratta a $ 16.463, – 0,95%.

Ps: la tentazione di parlare di Mondiali di calcio è forte…Ma si dovrebbe parlare di “altri”. Meglio rifugiarsi, quindi, nel tennis (strano a dirsi per un Paese votato al calcio). Non arriviamo a “bilanciare” la delusione di non essere in Qatar, ma qualche soddisfazione la Coppa Davis ce la dà: ieri la nostra nazionale ha battuto quella degli Stati Uniti (non una qualsiasi: gli USA hanno vinto qualcosa come 32 edizioni), approdando alle semifinali, dove incontrerà la vincente della sfida Germania-Canada.

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ultimo aggiornamento: 25-11-2022


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