Direttore: Alessandro Plateroti

E 9. A tanti ammontano i rialzi consecutivi da parte della FED americana da quando, circa 18 mesi fa, lo spettro dell’inflazione è diventato realtà.

Ormai i tassi USA “veleggiano” al 4,75-5,00%, il livello massimo dal 2007, mentre in Europa, dopo lo mossa della BCE della scorsa settimana, siamo al 3,50%.

La decisione di Jerome Powell è stata in linea con le aspettative di chi (la maggioranza) si aspettava un rialzo dello 0,25%: un rialzo maggiore sarebbe stata la conferma di una spirale inflazionistica ancora “fuori controllo”, un “fermo macchina”, invece, sarebbe potuto diventare un “boomerang”, confermando uno stato di crisi del sistema bancario USA più grave di quanto fino ad oggi comunicato e percepito. Sistema peraltro ancora “agitato”, come ci dice l’andamento, a Wall Street, della First Republic Bank, la “cugina” di Silicon Valley Bank (dopo il + 30% di martedì, ieri il titolo ha perso il 15%, a causa anche del “downgrade” di Fitch, che ha abbassato da BB a B rating della banca. Oltre al fatto che, diversamente a quanto fatto per i depositanti di Silicon Valley, ad oggi il Tesoro Usa non si è ancora espresso in maniera certa e definitiva sulla copertura illimitata (e quindi anche oltre i $ 250.000,00) delle giacenze liquide in cc.

Ai mercati americani, che ieri sera, dopo un avvio all’insegna dell’incertezza, hanno chiuso ben sotto l’1% (Nasdaq – 1,37%, Dow – 1,63%, S&P 500 – 1,65%), non è piaciuta l’affermazione del Presidente FED, che ha dichiarato che i tassi, nel 2023, non verranno tagliati (da più parti si ipotizzava che, a partire dal mese di giugno si potesse assistere ad una chiara inversione di tendenza). Invece la previsione per fine anno è di tassi attorno al 5,10%, appena sopra, quindi, al livello attuale. Al di là del fatto che le decisioni, per il futuro, verranno prese di volta in volta in base all’andamento dei dati, la percezione neanche troppo nascosta è che il livello di inflazione rimane ancora troppo elevato, con una difficoltà evidente nella discesa. Dovuta a “contributori” importanti (come, per es, gli affitti) che mantengono elevata l’inflazione core, forse quella che preoccupa di più. Per fine anno l’inflazione dovrebbe attestarsi al 3,3%, più del 3,1% previsto fino ad ora ipotizzato. Di contro, i tassi l’anno prossimo dovrebbero passare al 4,3%. La crescita economica, seppur in lieve calo rispetto alle ultime previsioni, dovrebbe posizionarsi al + 0,4% (dal + 0,5%), mantenendo a distanza di sicurezza la recessione, con un’occupazione in calo al 4,5% (oggi siamo al 3,6%, vicino ai massimi storici).

Volendo “leggere” i mercati, la giornata di ieri, con l’attenzione di investitori e analisti rivolta alla FED, è la conferma indiretta che le tensioni sul settore bancario (soprattutto in Europa) si sono in gran parte sopite, con le quotazioni dei titoli bancari che si sono mossi in un range di “normalità”, con oscillazioni relative. In Europa, in merito all’operazione UBS-Credit Suisse, alcuni temi (in primis l’azzeramento dei bond At1) rimangono aperti, senza esclusione di sorprese (anche se, come detto, è fuori discussione che i decisori si siano mossi nel rispetto della normativa vigente nella Confederazione elvetica); negli Usa, invece, a tenere banco è la solidità di alcune banche regionali, come l’andamento in borsa della First Republic Bank testimonia. In entrambi i casi, peraltro, il “presidio” delle autorità è forte, a partire dalle rassicurazioni sull’immissione di liquidità (e/o di garanzie pressochè illimitate) ai primi segnali di una nuova crisi (ipotesi alquanto remota se si guarda, in Europa, ai “ratio” delle varie banche, tutti ben sopra i livelli di guardia).

Questa mattina i mercati asiatici sembrano non seguire Wall Street.

Solo il Nikkei, a Tokyo, si muove appena sotto la parità (– 0,17%). A Hong Kong, infatti, l’Hang Seng sale di circa il 2%, mentre la borsa cinese sale, a Shanghai, di oltre lo 0,6%.

Ben intonati i futures, ovunque sopra la parità (vicini al + 1% quelli Usa, un po’ più contenuti quelli europei).

Ieri petrolio in rialzo, con il WTI tornato sopra i $ 70, in leggero calo questa mattina (– 0,90%).

Gas naturale Usa a $ 2,219 (+ 1,98% questa mattina).

Gas naturale europeo di nuovo sotto i 40€ (39,90) al megawattora.

Spread a 184 bp, con il BTP al 4,16% di rendimento.

Bund in area 2,30%.

In deciso calo il rendimento del treasury Usa, al 3,43% dal 3,57%, a conferma di minori tensioni sul fronte dei tassi con l’avvicinarsi del “picco”.

Si indebolisce, di contro, per lo stesso motivo, il $, con l’€/$ a 1,0924, massimo (per l’€) dai primi di febbraio.

Bitcoin a $ 27.680, in crescita dell’1,30%.

Ps: nell’incontro tra Putin e Xi Jinping dei giorni scorsi a Mosca si è parlato, ovviamente, della guerra in Ucraina, con il leader cinese “portatore” di un presunto piano di pace (o per lo meno di un negoziato). Pace che rimane, però, pragmaticamente, piuttosto lontana. Con una guerra che, ogni giorno che passa, sta uccidendo non solo delle vite umane, ma anche un Paese. Si calcola che la ricostruzione, ad oggi, dell’Ucraina costerebbe non meno di $ 411 MD (stime di Banca Mondiale, Commissione Europea e ONU), con un fabbisogno immediato di almeno 14MD per investimenti prioritari. Solo i danni agli edifici e alle infrastrutture ammontano a $ 135 MD. Il PIL è crollato, nel 2022, del 29,2%, con la povertà che oggi affligge il

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ultimo aggiornamento: 23-03-2023


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