Direttore: Alessandro Plateroti

C’è qualcosa che stride.

Nelle ultime ore del fine settimana ha trovato soluzione la crisi del Credit Suisse. Grazie all’intervento delle autorità svizzere, con il Governo e la Banca Centrale in prima linea, UBS ha deciso di acquistare tutte le attività della seconda banca svizzera.

La necessità di fare in fretta si è resa indispensabile in considerazione delle dimensioni e delle ramificazioni dell’Istituto elvetico, a tutti gli effetti banca sistemica: il rischio del “contagio” sarebbe stato devastante per il sistema bancario, che avrebbe trascinato in una spirale pericolosissima l’economia “reale”.

Eppure il detto “tutto è bene ciò che finisce bene” (a proposito di proverbi…) forse è ancora prematuro per essere citato.

Alcuni elementi inducono a pensare che le difficoltà del Credti Suisse fossero (o siano) un po’ più gravi di quanto è dato sapere. Fino a venerdì i problemi della Banca di Zurigo sembravano essere limitati alla sostanziale incapacità dei propri manager nel trovare “il bandolo della matassa”: ormai lo “stato di crisi” dura dal 2015, da quando sono iniziate le prime operazioni sbagliate, proseguite fino ad oggi. Una sequenza di errori costati diversi miliardi agli azionisti della banca, tanto da dover ricorrere a giganteschi aumenti di capitale, con l’ingresso di soci arabi, con la Saudi National Bank primo socio con il 9,89%. Interventi, alla luce dei fatti, inutili.

A lasciare qualche dubbio, in primo luogo, il prezzo pagato da UBS per rilevare tutte le attività della banca. Comunque si parla, infatti, di un fatturato di circa 15MD di franchi svizzeri, con un patrimonio di 531 MD di franchi svizzeri e oltre 50.000 dipendenti. Ai prezzi di borsa di venerdì, nonostante i forti ribassi dell’ultima settimana, la capitalizzazione era pari a 7,6MD di franchi, equivalenti a 1,86 per azione. L’offerta di UBS si è fermata a 3MD, pari a 0,76 franchi, circa il 40% del valore di venerdì (e la prima offerta era di 0,25 franchi). Certo, la perdita di fiducia nei confronti di Credit Suisse aveva raggiunto un livello forse non più gestibile (si calcola che nell’ultima settimana siano usciti depositi per oltre 10 MD), ma non sufficiente per giustificare una “forchetta” così ampia.

In secondo luogo, uno dei principali problemi sulla strada dell’integrazione tra le 2 principali banche svizzera era dato dalla “posizione dominante” che sarebbe derivata dalla fusione. Tant’è vero che, anche per “aggirare” l’ostacolo dell’antitrust elvetico, un’ipotesi era un’acquisizione che non comprendesse le attività domestiche del Credit Suisse. Ostacolo prontamente rimosso dalle autorità, che hanno dichiarato che, a fronte di “motivazioni superiori” (questa è la sintesi), non si terrà conto delle limitazioni che la legge impone.

C’è poi il tema delle garanzie che la BNS, la Banca Centrale Svizzera, ha deciso di prestare. Si tratta di 200MD di franchi svizzeri che verranno messi a disposizioni grazie a 2 linee di credito da 100MD cadauna a favore dei 2 Istituti. Senza contare il fatto che vengono stanziati altri 9MD di franchi a favore di UBS nel caso in cui, alla fine della fusione, che si dovrà concludere entro il 2023, si dovessero verificare perdite sino a quel valore.

Vengono poi “azzerati” bond “non garantiti” (gli At1, vale a dire quelli subordinati), per un valore complessivo di 16MD. Decisione che potrebbe verificarsi la più infelice, per 2 ragioni: da una parte l’offerta di UBS, per quanto penalizzante, offre un “ristoro” agli azionisti, mentre dall’altra non protegge assolutamente i possessori di obbligazioni “non garantite” (16MD non sono pochi). In secondo luogo potrebbe creare una sorta di “panico” verso i portatori di titoli simili emessi da altri istituti, provocando un’ondata di vendite sui mercati.

In ultimo, va segnalata l’azione congiunta di 6 Banche Centrali ( FED, BCE, BNS, oltre a quelle di Canada, Gran Bretagna e Giappone) si sono impegnate ad intervenire da oggi sui mercati “iniettando” la liquidità che, di volta in volta, si rendesse necessaria.

Una serie di interventi molto “corposi”, che indubbiamente possono contribuire a ridurre la volatilità sui mercati, aiutando a ritrovare la stabilità.

Ma che, appunto in quanto “poderosi”, possono indurre a ritenere che non tutta la verità è stata raccontata.

A prescindere da tutto, è probabile che il “colpo” per il sistema bancario svizzero (peraltro non nuovo a crisi di settore, uno dei “pilastri” dell’economia di quel Paese, non sarà semplice da essere riassorbito.

Una prima occhiata ai mercati conferma che quella di oggi dovrebbe essere una giornata all’insegna della volatilità (per quanto “controllata”).

Le borse asiatiche iniziano la settimana in calo: la più penalizzata dalle vendite è quella di Hong Kong, con l’Hang Seng il calo di oltre il 3% (con Hsbc-Hong Kong Shanghai Bank– tra i titoli peggiori). Un po’ meglio a Tokyo il Nikkei (- 1,42%), mentre si difende Shnghai, in calo dello 0,48%.

Futures in calo un po’ ovunque. Più contenuto quello a Wall Stree, mentre in Europa l’Eurostoxx fa segnare – 1,25%. Da notare che i futures sullo SMI (il listino di Zurigo) indica – 0,83%.

Questa mattina primeggia l’oro, bene rifugio per definizione. Con un balzo del 2% torna, dopo moltissimi mesi, sopra la soglia dei $ 2.000 (2014,90).

Debole il petrolio, con il WTI “schiacciato” verso i $ 65 (65.16, – 2,75%).

Piatto il gas naturale Usa, a $ 2,343 (+ 0,04%).

E’ già “scattata” la “fuga dal rischio” per quanto riguarda i bond, con flussi importanti verso i “porti sicuri”.

Il Treasury a 10 anni si porta al 3,31% dal 3,56% di venerdì.

Spread a 200 bp, con il BTP al 4,05%.

€/$ a 1,0665.

Nel we nuovo scatto in avanti per il Bitcoin, che si è portato oltre i $ 28.000 (anche se questa mattina è in leggerissimo arretramento, a $ 27.952).

Ps: da tempo esistono “indicatori” in grado di misurare la felicità (si da quindi per scontato che esista). Ogni anno il World Happiness Report vi aiuta a capire quanto un Paese sia più o meno felice. Si ritiene, infatti, che il benessere delle persone influisca sul successo del Paese in cui vivono. Scopriamo, quindi, che la Finlandia è, per il 6° anno consecutivo, il Paese con il livello più alto dei felicità, seguito da altri 2 Paesi nordici (Danimarca e Islanda), e con la Svezia e la Norvegia rispettivamente 6° e 7°. Noi “arranchiamo” al 33° posto (eravamo 31° nel 2021), dietro la Spagna (32°) e, ovviamente, Francia e Germania (21° e 16°). Il posto più infelice è l’Afghanistan: e su questo credo ci siano pochi dubbi.

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ultimo aggiornamento: 20-03-2023


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