Direttore: Alessandro Plateroti

La Gran Bretagna è forse il Paese che ha pagato il prezzo più caro, in Europa (in realtà l’Ungheria sta facendo peggio, ma di certo in questo caso non parliamo certo di un’economia “trainante” come per Londra), sul tema inflazione.

L’uscita dall’ha avuto conseguenze forse ancora più gravi rispetto alle previsioni, con PIL in calo, disoccupazione in crescita, prezzi fuori controllo, con aumenti ben maggiori rispetto ai Paesi UE.

Anche per il Regno Unito sembra finalmente arrivato, ora, il momento della svolta.

A giugno l’indice dei prezzi è sceso al 7,9%, un livello ancora superiore, e non di poco, alla media UE (6,4%), ma nettamente inferiore all’8,7% di maggio e più basso anche rispetto all’8,2% atteso. Si tratta anche del livello più basso da oltre un anno a questa parte. Buone notizie anche per quanto riguarda l’indice core, sceso al 6,9% dal 7,1% di maggio, quando toccò il valore più alto da 30 anni a questa parte.

Come detto, la media UE a giugno era al 6,4%, in calo rispetto a maggio, ma ad un livello più che doppio rispetto agli USA, dove i rialzi si sono fermati al 3%. Un ritardo che per forza di cosa deve essere colmato per evitare che il “solco” tra le 2 aree economiche crei disequilibri difficilmente gestibili (basti pensare ai flussi di capitali o, più banalmente, alla forza delle rispettive valute, con tutto ciò che ne consegue in termini di import-export): da qui il pressochè certo rialzo dei tassi della settimana prossima, anche se il provvedimento dovrebbe toccare anche la FED.

Ancora una volta il compito della Banca Centrale Europea si conferma più complicato rispetto alla “cugina” americana. Il 6,4% sopra citato, infatti, è la media “ponderata” tra l’inflazione dei vari Paesi membri. Paesi in cui persistono differenze molto ampie: per dire, si va dall’1% del Lussemburgo al 19,9% dell’Ungheria, ovvero dal 6,4% della Germania all’1,9% della Spagna. Differenze quasi sempre dettate dalle politiche fiscali dei vari Governi, con provvedimenti che di volta in volta possono portare ad un calmieramento dei prezzi evidente (pensiamo a quanto deciso dal Governo tedesco l’anno scorso relativamente al trasporto pubblico, con i prezzi degli abbonamenti quasi “stracciati” o da quello spagnolo per quanto riguarda l’abolizione, o riduzione, dell’IVA per molti generi di prima necessità). È chiaro, quindi, che l’inasprimento monetario può portare a risultati diversi a livello di singole economie (da qui le preoccupazioni di cui si è parlato recentemente espresse dal Governatore Bankitalia Visco per quanto riguarda il nostro Paese), non distinguendo tra Paesi in cui i segnali sul fronte dei prezzi piuttosto che sull’andamento dell’economia possono essere diversi.

Tornando alla Gran Bretagna, va detto anche che il risultato di giugno segue un mese di maggio in cui, invece, la “battaglia” sui prezzi non aveva portato nulla di buono, aumentando il “gap” con l’Europa. Rimane il fatto che si tratta ancora di valori molto elevati, che porteranno la Bank of England, ai primi di agosto, ad un nuovo aumento dei tassi (molti scommettono in un rialzo dello 0,25%, anche se qualcuno si spinge sino allo 0,50%).

Questa mattina indici asiatici contrastati.

Per una volta il Nikkei è il peggior mercato del Far East, con un calo che supera l’1% (1,14%).

Leggermente negativa Shanghai (- 0,31%), dopo che la Banca Popolare della Cina ha rivisto alcune norme relativamente ai finanziamenti provenienti dall’estero, con l’obiettivo di favorire, nel medio-lungo termine, il flusso di capitali esteri.

Bene invece, a Hong Kong, l’Hang Seng, che sale dello 0,34%.

Futures europei al momento positivi, mentre altrettanto non si può dire per quelli USA, dove il calo più evidente è quello sull’indice Nasdaq, appesantito dalle trimestrali di Tesla e Netflix, meno brillanti di quanto gli analisti si aspettassero.

Stabile il petrolio, con il WTI sempre sopra i $ 75 (75,38).

Gas naturale Usa a $ 2,634.

Oro ancora in rialzo, a $ 1.985,20.

Spread che si conferma a 167 bp, con il BTP a 4,07%.

Bund a 2,40%.

Treasury a 10 anni a 3,76%.

€/$ sempre in area 1,12 (1,1211, in leggero recupero).

Bitcoin che non si allontana dai $ 30.000 (30.167).

Ps: la “sensibilizzazione” al green, seppur lentamente, sta portando qualche risultato. Nello scorso mese di giugno, infatti, a livello UE, le vendite di auto elettriche ha superato, per la prima volta, quello delle autovetture diesel (158.252 vso 139.595, pari al 15,1 % vso 13,4%, quando 1 anno fa era al 10,7%). Complessivamente le autovetture “green” (elettriche, ibride, plug-in) hanno raggiunto una quota di mercato pari al 47,3%, contro il 49,7% delle motorizzazioni tradizionali. Se si tiene conto del 3% di quelle a GPL si può dire, quindi, che ormai la quota dei motori “termici” è minoritaria (non in Italia però, dove, nel mese di giugno, su 138.901 immatricolazioni solo 6.152 erano auto elettriche).

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ultimo aggiornamento: 20-07-2023


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