Direttore: Alessandro Plateroti

Tra qualche giorno sarà passato 1 anno dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Quella che doveva essere, nelle intenzioni di Putin, una “guerra lampo”, che nell’arco di pochi giorni, al massimo qualche settimane, avrebbe permesso allo “zar” di conquistare, se non territorialmente, almeno “politicamente” il più grande Paese tra quelli che costituivano le ex Repubbliche sovietiche, insediando un Governo “amico” (come nel caso della Bielorussia), è diventata invece una “guerra di posizione”. E, come tutte le guerre di posizione, come tale diventa difficile prevederne la fine.  Quello che è certo, è che a oggi non esiste alcuna trattativa “per la pace”, né se ne intravede la possibilità.

Domani la nostra Premier Meloni si recherà a Kiev per una visita ufficiale e incontrare il Presidente ucraino Zelensky. La posizione italiana è allineata con quella della UE e delle principali capitali europee, e quindi di pieno sostegno alla resistenza ucraina, anche se indubbiamente si levano da più parti voci che prendono le distanze dal pieno sostegno al Presidente ucraino, confermate da un sondaggio secondo cui il 49% degli italiani non approva la scelta di sostenere l’Ucraina.

Comincia, intanto, il momento dei primi bilanci. In un servizio apparso oggi sul Corriere della Sera a firma di Milena Gabbanelli, il “costo” della guerra, in termini di aiuti economici e finanziari, è quantificabile, da parte della UE, in € 30 MD già spesi e altri € 18 MD già stanziati, oltre alle forniture militari. La dipendenza europea dalle forniture energetiche russe è drasticamente diminuito, passando dal 36% del totale al 9,7%, mentre le sanzioni hanno pesato notevolmente non solo sulla Russia, destinataria dei provvedimenti, ma anche sulla UE, incidendo sulla crescita per almeno il 2,5%. Senza contare che quasi tutti i Paesi europei sono intervenuti anche individualmente, con aiuti finanziari che in molti casi hanno raggiunto l’1% del PIL.

Per queste ragioni la guerra in Ucraina è probabilmente oggi il maggior fattore di incertezza sulla strada della “normalizzazione” economica. “L’altra guerra”, quella contro l’inflazione, infatti, sembra aver preso un indirizzo piuttosto evidente, per quanto non sia ancora vinta e non passi giorno in cui non si legga della “contrapposizione” tra chi è favorevole ad un “alleggerimento” del rigore finanziario e chi predica, invece, di continuare sulla strada avviata da mesi, con ognuna delle parti che porta argomentazioni a loro modo corrette, evocando da una parte di risolvere un problema (l’inflazione) creandone un altro (la recessione), dall’altra la necessità di “portare a termine il lavoro” per non correre il rischio di aver buttato via tempo e denaro (e crescita).

Né una né l’altra, se guardiamo ai mercati, sembrano essere fonte di particolari preoccupazioni per gli operatori. Nei primi 50 giorni dell’anno, i risultati sono piuttosto evidenti, con rialzi che hanno quasi annullato la caduta del 2022: si va dal 6% circa dello S&P 500 al 12% del Nasdaq, dal 13,5% di Parigi all’11% di Francoforte al 17% di Milano. Ma ciò che più conta è che il “sentiment” continua ad essere piuttosto positivo, come dimostrano alcune rilevazioni. Per esempio, le “posizioni corte” (quelle che scommettono sui ribassi) sull’indice S&P 500, ritenuto il più importante al mondo, sono in continua diminuzione. Le ricerche su Google a livello mondiale l’espressione “bull market” (mercato “toro”) è dominante: un aspetto certamente non di tipo “economico” quanto piuttosto “emotivo”, ma che conferma l’atteggiamento di molti risparmiatori. Un umore certificato anche dal Sentix, un indicatore che misura il “sentiment” degli investitori, che ci dice che “l’umore positivo” interessa tutte le aree geografiche.

Nella giornata in cui Wall Street rimane chiusa per festività (Washington’s birthday), i mercati asiatici danno segnali nuovamente positivi.

Shanghai si avvia a chiudere con un rialzo superiore ai 2 punti percentuali, seguita da Hong Kong, dove l’Hang Seng si avvicina all’1%. Più lontana Tokyo, dove il Nikkei è appena sopra la parità.

Futures in rialzo in Europa, mentre dall’altra parte dell’Oceano (i futures trattano comunque pur con i mercati chiusi) sono appena  sotto la parità.

In ripresa il petrolio, con il WTI a $ 77,18, + 0,72%.

Forte ribasso per il gas naturale americano, a $ 2,206 (- 3,25%).

Gas europeo a € 49 per megawattora.

Oro a $ 1.855,30, + 0,18%.

Spread a 182,8 bp, con il decennale a 4,28%.

Rimane “in quota” il rendimento del bund, sempre oltre il 2,50% (2,43%).

Treasury Usa al 3,70% circa.

€/$ di nuovo vicinissimo a 1,070 (1,0699).

In ripresa il bitcoin, che torna sopra i $ 24.000 (24.472).

Ps: il concetto di “migliore dei mondi possibile” è una delle “leggi filosofiche” più note, anche se non pochi hanno qualche difficoltà nel riconoscersi. Una difficoltà che forse diventa ancora maggiore se si legge uno studio di V-Dem Project, uno istituto di ricerca politica. Secondo il quale circa il 70% della popolazione mondiale (5,4 MD di persone) vive in Paesi governati da una dittatura, sia essa palese (vedi la Corea del Nord, ma anche la Cina viene considerata alla stessa stregua) sia camuffata, con istituzioni presupposto della democrazia (vedi le elezioni) manipolate. Mettendo in “fila” gli eventi degli ultimi anni, indubbiamente qualche dubbio sul “migliore dei mondi possibile” è più che lecito…

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ultimo aggiornamento: 20-02-2023


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