Direttore: Alessandro Plateroti

Parafrasando Don Abbondio, fino a qualche giorno fa, con riferimento agli Houthi,  si sarebbe detto “Carneade! Chi sono costoro?”.

Le vicende degli ultimi giorni hanno portato alla ribalta il gruppo armato, a prevalenza sciita, attivo nello Yemen, Paese a sud dell’Arabia Saudita, alle porte del Canale di Suez e in cui da anni è in essere una guerra civile che sta distruggendo il Paese, con una crisi umanitaria tra le più gravi al mondo. Il gruppo prende il nome dal suo fondatore, Husayn Badr al-Din al-Huthi, ucciso dall’esercito yemenita già nel 2004, ed è nato verso la fine del secolo scorso e diventato negli anni sempre più potente e attivo. A conferma della loro matrice religiosa, i suoi attivisti si definiscono Partigiani di Dio o Gioventù credente.

Dal 19 novembre il mondo, a quanto pare, deve fare i conti con il gruppo terroristico, che ha iniziato ad attaccare le navi che, attraverso il Mar Rosso prima e il Canale di Suez poi, si dirigono verso il Mediterraneo. Come detto, lo Yemen è in una posizione strategica, proprio all’ingresso della striscia di mare che collega l’Oceano Indiano con Suez, all’imbocco dello stretto di Bab el Mandeb (in italiano “porta del lamento funebre”, quasi un “nomen omen”). Certo è assolutamente prematuro evocare gli anni 70, quando lo scoppio della Guerra del Kippur portò al blocco navale si Suez, costringendo le Compagnie Marittime a cambiare le rotte che collegavano l’Asia all’Europa, con tempi e costi enormemente superiori, con le conseguenze che ben sappiamo (se prendiamo a riferimento la rotta Singapore-Rotterdam, il transito attraverso il Canale di Suez equivale ad un viaggio di 8.440 miglia marittime; se, invece, si deve circumnavigare il continente africano, le miglia diventano 11.720, quasi il 40% in più).

Qualche avvisaglia la si sta iniziando ad avvertire. Normalmente, verso Suez transitano circa 23.000 navi l’anno, che trasportano oltre il 15% del petrolio mondiale e l’8% del gas liquefatto. Negli ultimi 2 mesi, da quando cioè è scoppiato il conflitto tra Israeliani e palestinesi, gli attacchi si sono moltiplicati. Da qui la decisione di diverse società (clamorosa ieri quella di BP, che fa seguito a quella di Maersk Transit, una delle più grandi Compagnie di trasporto marittimo al mondo) che ha deciso di bloccare il transito delle petroliere lungo il Mar Rosso. Dal 19 novembre, sono già 55 le navi che hanno fatto “dietro-front”, preferendo il disagio della circumnavigazione ai rischi di un attacco e al sequestro del carico.

Le conseguenze non hanno tardato a manifestarsi: il costo dei noli marittimi è ripreso a salire: basti pensare che per trasportare un container la spesa è, in poco più di 2 mesi, quasi raddoppiata (era intorno a $ 800, oggi è ben sopra i $ 1.500. Analogamente, il petrolio, dopo l’annuncio di BP, è immediatamente rimbalzato, facendo segnare un rialzo di oltre il 3%, con il WTI tornato oltre i $ 74.

Buoni motivi che stanno spingendo molti Paesi (guidati, tanto per cambiare, dagli Stati Uniti), a muoversi, con allo studio interventi internazionali (con la partecipazione, quindi, delle loro flotte navali) e mettendo a punto strategie per consentire una navigazione tranquilla. E allontanare l’incubo del blocco navale, che porterebbe con sé un incubo forse ancor più grave, vale a dire una risalita dei prezzi (come noto, da sempre l’energia è uno dei (se non “il”) fattori scatenanti l’inflazione.

Ancora una volta, quindi, la geo-politica conferma la sua centralità, costringendo l’economia a fare i conti con fattori che, almeno direttamente, non c’entrano nulla. L’ordine economico è strettamente all’ordine geo-politico, soprattutto nei casi un cui si parla, come in questo caso, di aree geografiche ad alta “sensibilità”. A rendere tutto ancora più importante la necessità di evitare “sorprese” sulla strada della ripresa e stoppare sul nascere qualsiasi evento “non previsto” che può allonmtanare i tempi della “normalizzazione”.

Ieri sera nuova chiusura positiva a Wall Street, con i principali indici tutti in salita, a partire dal Dow Jones, che ha aggiornato il suo record. Bene anche lo S&P 500 (+ 0,45%), ormai separato di circa 1 punto percentuale dal suo primato, e il Nasdaq, cresciuto di un altro 0,64%.

Contrastate le borse asiatiche. Ancora una volta primeggia il Nikkei giapponese, in crescita dell’1,41%, dopo la conferma dei tassi negativi (– 0,1%) da parte della Banca Centrale.

Sulla parità Shanghai, così come il Kospi a Seul.

In ribasso, invece, a Hong Kong, l’Hang Seng, che arretra dello 0,77%.

Sulla parità i futures, poco mossi ovunque.

Dopo aver toccato i $ 74, il WTI torna un po’ indietro, posizionandosi intorno ai $ 72,7 (72,67).

Torna sotto i $ 2,5 (2,464) il Gas naturale Usa, in discesa dell’1,72%.

Oro a $ 2.040 (- 0,10%).

Spread ancora già, a 166,3 bp, con il BTP intorno a 3,72%.

Bund a 2,07%.

Treasury a 3,95%.

€/$ a 1,0934.

Forte rialzo del Bitcoin, che si porta a $ 43.023.

Ps: al 31/12/2022 la popolazione italiana era scesa sotto i 59 ML di abitanti (58.997.201 residenti per l’esattezza). Numeri che confermano, per l’ennesima volta, la grave crisi demografica che stiamo vivendo. I nuovi nati, nel 2022, sono stati 393.333, circa 7.000 in meno rispetto all’anno precedente (e quest’anno si prevede saranno ancora meno), contro 715.077 decessi. Le immigrazioni sono state 410.985 contro 150.189 emigrazioni (con un saldo attivo quindi di circa 260.796 individui). Un dato per tutti: per ogni bambino sotto i 6 anni ci sono più di 5 anziani. E se nel 1971 si contavano 46 over ogni 100 giovani under 15, oggi sono 193….

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ultimo aggiornamento: 19-12-2023


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