Nei pensieri di Ursula von der Leyen e di Christine Lagarde c’è da scommettere che almeno uno sia dedicato a Mario Draghi. Dopodomani si riunisce il Comitato Direttivo della BCE in una seduta che, già si sa, sarà storica, in considerazione del fatto che per la prima volta dopo 11 anni la Banca Centrale alzerà i tassi: rimane da decidere se dello 0,25 o dello 0,50%. Ma questa sarà materia per gli analisti e per i mercati, non per le statistiche. Le dimissioni, per quanto per ora respinte dal Presidente Mattarella, del Premier Draghi rischiano di diventare un problema anche per la Presidente von der Leyen (o meglio, per la UE). E’ a tutti nota la “moral suasion” che il nostro Primo Ministro è in grado di esercitare verso i suoi colleghi e verso le istituzioni politiche e finanziarie. Non va dimenticato il particolare momento che l’Europa sta vivendo: la mancanza di un vero leader (ci vorrà tempo per “rimpiazzare” la Merkel: Sholtz forse ha ricevuto un’eredità un po’ troppo pesante per le sue spalle, Macron qualche problemino in patria ce l’ha, Boris Johnson, peraltro già “brexited”, probabilmente dedicherà gli anni futuri a tenere conferenze e scrivere libri) complica non poco una situazione schiacciata tra guerra, rischio recessione, inflazione etc etc.

Al momento nessuno è in grado di sapere cosa succederà domani, quando il nostro Primo Ministro si presenterà in Parlamento (prima al Senato, dove leggerà il suo discorso, poi alla Camera, dove invece lo consegnerà al Presidente Fico). In un mondo che è diventato molto “liquido”, la politica, “liquida” già di suo, forse ha il suo “habitat” naturale, con situazioni che possono cambiare con la velocità di un batter d’ali.

A guardare alle “pressioni” che vengono “dal basso” (associazioni imprenditoriali e di categorie, associazionismo, sindaci, intellettuali, semplici cittadini, settore finanziario) e “dall’alto (Vaticano, comunità internazionale) si direbbe che Draghi viene “accompagnato” a mettere da parte l’orgoglio e il suo ormai leggendario pragmatismo per farsi carico, ancora una volta, delle problematiche e delle urgenze del Paese, che poi sono quelle dei cittadini comuni e delle imprese che devono affrontare un “quotidiano vivere” ogni giorno più complicato (e complesso) e che lo stesso Presidente del Consiglio mette al centro della sua attività. La speranza della stragrande maggioranza (circa il 70% della popolazione vuole che Draghi continui nell’opera che ha iniziato un anno e mezzo fa e vuole stare alla larga dalle elezioni anticipate, indirizzo questo che forse dovrebbe maggiormente interessare chi predica, “nell’interesse del Paese” (?), il rinnovo del Parlamento) è che l’ex Presidente BCE torni sui suoi passi e permetta alla legislatura di concludersi regolarmente. Troppa è la dipendenza dell’Italia dagli aiuti internazionali, per non parlare di come ne usciremmo devastati sotto l’aspetto dell’immagine e della credibilità internazionale. Senza contare di come l’addio di Draghi bloccherebbe il percorso intrapreso in fatto di riforme, importanti, certo, per accedere al Recovery Plan-PNRR (tradotto, circa € 200MD di aiuti e sussidi), ma ancora di più per rendere competitivo un Paese rimasto al palo.

E quanto sia importante il suo lavoro lo si è compreso non più tardi di ieri, durante la missione che lo ha portato in

Algeria per discutere l’aumento delle forniture di gas provenienti dal Paese nord-africano (missione probabilmente non solo “per conto” dell’Italia, ma, anche se non ufficialmente, per l’Europa): già oggi l’Algeria è il principale fornitore dell’Italia, con circa il 30% (dato a ieri) degli approvvigionamenti, seguita, con poco più del 20%, dalla Norvegia (la Russia, nella giornata di ieri, era all’11%, addirittura alle spalle del rigassificatore di Rovigo, al 13%).

Dopo l’inversione di rotta di Wall Street di ieri nella fase finale di contrattazioni (il Nasdaq, che cresceva dell’1% circa, ha chiuso a – 0,89%, il Dow Jones a – 0,69%, lo S&P 500 a – 0,84%), questa mattina le borse asiatiche tornano ad essere contrastate: positiva Tokyo (+ 0,65%) dopo la chiusura di ieri, sulla parità Shanghai (nonostante in Cina si parli di nuovi lockdown che potrebbero interessare oltre 250 ML di persone), mentre Hong Kong scende dello 0,55%.

Futures al momento indirizzari al rialzo.

Petrolio che si stabilizza intorno ai $ 100 (WTI), dopo il forte rialzo di ieri.

Gas naturale USA in leggera diminuzione (– 0,36%), $ 7,452.

Marginalmente debole (– 0,29%) anche l’oro, a $ 1.706.

“Respira” lo spread, a 216 bp, con il rendimento del BTP intorno al 3,30%.

Treasury a 10 anni al 2,97%, ancora “surclassato” dal biennale, il cui rendimento ieri sera era al 3,15%.

€/$ a 1,0164, ma ieri era arrivato sin quasi all’1,020, vale a dire quasi il 2% in più rispetto a giovedì, quando il rapporto di cambio era quasi sulla parità.

Bitcoin in calo dopo il recupero dei giorni scorsi: in questi minuti fa segnare $ 21.710, – 2,27%.

Ps: e quindi, almeno formalmente, la crisi politica attuale sarebbe da imputare all’inceneritore di Roma, che il Governo aveva inserito tra i provvedimenti da prendere giovedì scorso. Ora, pare che ogni cittadino romano paghi circa € 400 all’anno per “esportare” la spazzatura “fuori” dalle mura cittadine (ergo, recapitandola in altre città italiane, se non addirittura in altri Paesi europei) per farla smaltire.

Se si parlasse di una città “esempio” di cura, manutenzione e pulizia delle strade, credo che nessuno avrebbe nulla da dire. Ma non mi sembra questo il caso: a meno che il “partito” dei cinghiali, dei gabbiani e dei topi non si sia definitivamente impossessato di una città che il mondo ci invidia (o forse, sarebbe il caso di cominciare a dire, ci invidiava).

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ultimo aggiornamento: 19-07-2022


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