Come prevedibile, sale la tensione politica in vista della nomina del Presidente della Repubblica. Le polemiche sull’introduzione del vaccino obbligatorio per gli over 50, a cui si sono aggiunte, in queste ore, quelle sul nucleare di nuova generazione, sembrano infatti figlie della necessità di trovare un accordo ampio in previsione del 24 gennaio, giorno in cui avrà luogo la “prima chiamata”.

Senza dubbio gli argomenti sono molto importanti, alla luce soprattutto dell’esplosione dei contagi e dell’urgenza di porre un freno alla loro crescita, ma le frizioni tra le forze che sostengono il governo sembrano in realtà nascondere la volontà, almeno per il momento, di “imporre” o sostenere un candidato piuttosto che un altro, alzando muri e ponendo veti. Tutte cose, peraltro, già viste in precedenti elezioni, tranne forse una: l’evidenza che il candidato numero 1 sia l’attuale Presidente del Consiglio, elemento che forse, vista la particolare situazione in cui ci troviamo, costituisce un’ulteriore complicazione sulla strada dell’individuazione di un nome condiviso. E’ infatti evidente che il passaggio di Draghi al Quirinale aprirebbe una disputa ancora più accesa quale quella per il nuovo Presidente del Consiglio: ecco il motivo per cui le 2 cose vanno a braccetto. Senza un ampio accordo preventivo ci aspettano giorni, se non settimane, difficili.

Nell’immediato a farne le spese, come sempre accade in situazioni di instabilità politica, sarà il nostro debito pubblico.

Già iniziano ad intravvedersi i prima segnali, con lo spread che ormai “ha trovato casa” intorno ai 135 bp, mentre il rendimento dei BTP decennali si è pericolosamente portato verso 1,30%, un livello che non vedeva da più di un anno: al 31/12/2020, lo si trovava a 109 bp, seppur anche quello, come ben ricordiamo, fosse un momento in cui cominciavano ad intravvedere forti difficoltà nell’azione di Governo, difficoltà che poi avrebbero portato alla caduta del Governo Conte II.

Va detto, peraltro, che i movimenti sui tassi non riguardano solo il nostro Paese, anche se, come al solito, noi siamo, per le ragioni note, i più esposti. La stessa Germania, per esempio, vede in questi giorni il rendimento del Bund ai massimi da oltre 18 mesi: se 1 anno fa era a – 0,52%, oggi è prossimo allo zero (- 0,06%). La ragione va cercata nel rischio di un più rapido inasprimento rispetto alla attese delle politiche monetarie da parte della BCE per combattere l’inflazione: ieri i dati su quella tedesca hanno nuovamente confermato il movimento al rialzo, arrivando a toccare il 5,3%. Oggi è atteso il dato relativo a quella europea (aspettative al 4,9%); certo che se la salita dei prezzi, che sta cominciando a farsi sentire su quelli al consumo e non solo su quelli dell’energia, dovesse continuare a confermarsi, il rischio che si arrivi prima del previsto alla “stagione del rigore” anche da noi diventerà più che una probabilità. Un po’ quello che sta accadendo negli USA dopo “l’apertura” delle minute della FED che hanno portato alla brusca caduta di Wall Street di mercoledì e all’impennata del rendimento del Treasury, ormai posizionato all’1,73%.

Indubbiamente ci troviamo in una situazione nuova, che i mercati avevano iniziato a “prezzare” ma a cui non erano più abituati. Da qui la volatilità di questi giorni: un fenomeno che, come già anticipato negli scorsi giorni, è destinato ad accompagnarci per un po’ di tempo. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che per quanto i rendimenti “nominali” siano aumentati, quelli “reali” (al netto, cioè, dell’inflazione) sono abbondantemente in territorio negativo: negli USA siamo a circa – 1,2%, mentre le cose vanno un po’ meglio da noi, con il BTP a – 0,8% (quando si parla di “un po’ meglio” si fa riferimento, ovviamente, al tasso negativo: ben diversa è la valutazione sull’effettivo andamento dei tassi, che ci vede tristemente al 1° posto in Europa, dove i nostri “simili” – Spagna, Portogallo – viaggiano con uno spread quasi dimezzato).

Ieri giornata come prevedibile negativa per l’Europa in considerazione della pessima chiusura di Wall Street del giorno precedente. Wall Street a cui ieri non è riuscito il rimbalzo, con il Nasdaq intorno alla parità e il Dow Jones in calo dello 0,47%.

In Asia oggi si mette in luce Hong Kong, che sale di quasi 2 punti (+ 1,82%), mentre sia Tokyo (- 0.03%) che Shanghai (- 0,18%) rimangono al palo. Anche oggi si mette in luce Evergrande, in crescita del 2%.

Futures americani contrastati, mentre le aperture europee al momento confermano la debolezza dei prezzi.

Petrolio di nuovo in rialzo, con il WTI ormai ad un soffio degli 80$: pesa la crisi in Kazakistan, dalle cui riserve escono circa 1,8 ML di barili giorno. Le rivolte di questi giorni, con l’invio di truppe militari da parte di Putin, frenano infatti la produzione.

Gas naturale ancora in leggera salita.

Debole invece l’oro, che passa di mano a $ 1.788 per oncia.

Spread, come detto, a 135 bp.

Stabile l’€/$ a 1.131.

Continua invece la caduta del bitcoin dopo la “rottura” del supporto a $ 43.000: questa mattina lo troviamo a $ 42.300, peraltro in leggero recupero rispetto ai $ 41.600 di questa notte.

Ps: oggi giornata di anniversari (in realtà giorno esatta sarebbe il 9 gennaio, domenica): 15 anni fa, infatti, veniva lanciato un “aggeggio” che ha cambiato le nostre abitudini di vita, e non solo di telefonare. Steve Jobs presentava l’Iphone, affermando che “da domani nessuno guarderà i telefoni nello stesso modo”. E mai profezia fu più azzeccata.

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ultimo aggiornamento: 07-01-2022


Rialzi dei tassi e dintorni

La margherita di Draghi