Ben sappiamo che le parole pesano.

Ne abbiamo avuto conferma ancora ieri, a margine della riunione del Consiglio Direttivo BCE. Nella consueta conferenza stampa di fine incontro, la Presidente Christine Lagarde ha parlato di “una discussione molto intensa”. Un modo elegante per dire che, all’interno del Comitato, lo scontro è stato molto acceso, con punti di vista distanti tra loro da parte dei vari consiglieri. Ovviamente non si sa chi propendesse per una linea più “morbida” e chi, invece, volesse confermare le previsioni delle ultime settimane per una BCE più rigorosa, ma è facile immaginare che, come al solito, da una parte ci fosse gli esponenti dei Paesi mediterranei, dall’altra i “falchi” nordici.

Nonostante uno scenario in rapido cambiamento a causa del conflitto ucraino, con le stime di crescita che iniziano ad essere riviste al ribasso (per esempio, a livello UE già si è passati, per l’anno in corso, al 3,7% rispetto al precedente 4,2% di dicembre), la BCE ha deciso, sostanzialmente, di “mantenere” la rotta.

L’inflazione, cresciuta al 5,1%, continua a spaventare, con l’aggravante che il conflitto alle porte della UE sta provocando aumenti ulteriori, ancora maggiori del previsto.

Il programma di acquisti di titoli governativi (APP) non sarà più, come si suol dire, “open-end”, vale a dire senza scadenza. Infatti, dopo gli acquisti di aprile (€ 40MD), maggio (€ 30MD), giugno (€ 20 MD), con il terzo trimestre è destinato a concludersi. Peraltro, nella nota si legge “se i dati lo consentono”, come a lasciare una “speranza” a chi avrebbe invece voluto che si protraesse oltre quella data. Un altro dettaglio, che può sembrare di poco conto, ma che lascia intendere la divergenza di vedute, fa riferimento alle tempistiche in cui la BCE prevede possa iniziare il rialzo dei tassi: fino a ieri si affermava che sarebbe avvenuto appena finito l’acquisto di titoli, mentre ora si parla di “qualche tempo dopo la conclusione degli acquisti netti”. Infine, si nella “forward guidance” (la linea di politica monetaria) si prevede che i tassi saranno “pari a quelli attuali” e non, come era sino a ieri, “inferiori o uguali a quelli attuali”.

I mercati, che, come sempre, leggono “il non detto”, hanno preso immediatamente posizione, al punto che ieri lo spread ha avuto un’escursione  di ben 15 punti (la maggiore da 2 anni a questa parte), volando a 167 bp sul bund tedesco e portando il rendimento del BTP a 1,91% (era all’1,67% il giorno precedente).

In contemporanea alla riunione di Francoforte, a Versailles si è tenuto l’incontro tra i 27 Paesi UE. Per quanto fosse già in calendario da tempo, ovvio che a tener banco sia stato il conflitto ucraino. Come per la BCE, anche la UE stima un indebolimento non indifferente della crescita, anche se, per il momento, il pensiero della recessione e, soprattutto, della stagflazione è ancora lontano. Sperequalmente alla BCE, anche nella UE si confermano vedute diverse su come affrontare il difficile momento. Per ora, quindi, nulla di fatto per quanto concerne eventuali nuove emissioni di Eurobond sulla falsariga di quanto a suo tempo fatto con il SURE; sul tema, se da una parte Francia e Italia spingono con forza, dall’altra Germania e Olanda frenano, ricordando come la situazione sia, rispetto al Covid, ben diverso, in considerazione della tanta liquidità in circolazione.

Linea comune, invece, sul tema degli approvvigionamenti energetici, che tenderanno verso una sempre minor dipendenza dalla Russia, con un azzeramento previsto entro il 2030 (anche se qualcuno spingeva per il 2027).

Di certo, l’emergenza produrrà qualche contraccolpo sulla transizione ecologica: la corsa che si scatenerà per la ricerca di energia produrrà quasi sicuramente un ritorno verso energie fossili quali il carbone, una delle maggiori fonti di inquinamento, anche se, nel medio-lungo termine, l’obiettivo dell’azzeramento delle emissioni grazie alle rinnovabili è l’unica via.

Giornata evidentemente difficile quella di ieri, anche a causa del fallimento del negoziato in Turchia tra i 2 ministri degli Esteri di Russia e Ucraina. Indici in generale calo, anche se, come ultimamente succede, quelli americani hanno manifestato una miglior tenuta. Se in Europa, infatti, i cali sono stati nell’ordine del 4% (è anche vero che si arrivava dai clamorosi rialzi del giorno precedente), a Wall Street il calo è stato molto più modesto, con il Nasdaq che ha lasciato sul terreno l’1,10%, il Dow lo 0,34%, lo S&P lo 0,43%.

Andamento analogo, nella notte asiatici, per gli indici del Pacifico: Nikkei – 2,05%, Hong Kong – 1,27% (ma sino a poco fa perdeva oltre il 3%). Si avvia ad una chiusura positiva la borsa di Shanghai: qui il recupero è stato, sotto certi aspetti, ancora più evidente, visto che un paio di ore fa perdeva oltre l’1%.

Il recupero dell’ultima parte delle contrattazioni senza dubbio è stato influenzato dall’andamento dei futures, che, dopo un avvio incerto, hanno svoltato in positivo.

Scende il Vix, che si porta sotto i 30 punti, uno spartiacque significativo (30 è il confine tra “pericolo” – sopra i 30 – e “calma” – sotto quel livello).

Continua la “stabilizzazione” delle materie prime energetiche.

Il petrolio è sceso ben sotto i livelli dei giorni scorsi; questa mattina, per quanto in rialzo, il WTI fa segnare $ 108.

Gas naturale a 4,666 (+ 0,58%).

Da segnalare il nuovo forte calo del megawattore, scambiato a € 134 (- 10%).

Oro sempre sotto i $ 2.000 (1.996).

Lo spread apre le contrattazioni a 164 bp, leggermente sotto i 167 bp di ieri.

BTP, come detto, a 1,91%. Sale anche il rendimento del treasury, che si porta vicinissimo al 2% (1,97%).

$ in lieve rafforzamento, a 1,0994 vso €.

Bitcoin stabile a $ 39.000.

Ps: a proposito di guerra, è curioso osservare come la parola sia bandita dalle autorità russe, che infatti parlano di “operazione speciale”. Eppure “l’operazione speciale” ha portato a sanzioni mai viste, che si stanno riverberando, come ovvio, sulla situazione economica interna. Basti pensare che da sabato un cittadino russo può comprare non più di 10 kg di zucchero, 3 confezioni di sale, 10 bottiglie di olio, 10 kg di farina, 10 kg di pasta, etc etc. Per non parlare dei prelevamenti in valuta “pregiata” (l’€ non viene più distribuito, sostituito dal $, comunque non più di 10.000) o dei bonifici verso l’estero. Oppure della stretta sull’informazione: chi diffonde notizie ritenute false o di vilipendio verso le forze armate, rischia pene sino a 15 anni di carcere. Se non è guerra questa….

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ultimo aggiornamento: 11-03-2022


Ancora per quanto?

Economia di guerra o guerra economica?