La “moltiplicazione dei pani e dei pesci” sembra non finire.

La settimana scorsa, come sappiamo, la Federal Reserve americana ha annunciato, come ampiamente previsto, che da questo mese inizierà la riduzione degli acquisti di bond (governativi e collegati ai mutui, il così detto tapering) per $ 15MD mese, che porterà ad azzerare la manovra a giugno del prossimo anno. Ma, quasi a bilanciare la decisione della Banca Centrale americana, proprio nella notte di venerdì il Congresso USA ha approvato il piano da $ 1.200 MD per rilanciare le obsolete infrastrutture del Paese. Quasi un paradosso, per l’economia più avanzata al mondo, grazie anche all’utilizzo di tecnologie spesso modernissime.

Da un punto di visto politico, senz’altro un successo per Biden, reduce da una fase non certo favorevole: infatti, la manovra è stata approvata alla Camera grazie al voto favorevole di 13 deputati Repubblicani, mentre 6 democratici (l’ala più estrema) hanno votato contro. Il piano è il più importante, in termini di stanziamenti, da 80 anni circa a questa parte, da quando, nel 1933, venne approvato il famosissimo New Deal di Roosvelt.

La manovra verrà spalmata in 10 anni, per cui gli investimenti saranno pari a $ 120 MD annui, che riguarderanno 4 capitoli.

Al 1° posto, i trasporti, e quindi strade, autostrade, ferrovie, ma anche la creazione di 500.000 stazioni di ricarica per auto elettriche. Al 2° posto le utilities, cioè condotte per l’acqua, ma soprattutto banda larga per case, scuole, ospedali. E poi, la modernizzazione delle strutture per anziani e disabili. Per concludere, al 4° posto, ancora e sempre ricerca e sviluppo.

Secondo il Presidente americano, il piano, tra le altre conseguenze, dovrebbe portare alla creazione di circa 1,5ML di nuovi posti di lavoro all’anno. Dall’altra parte, però, secondo alcune stime, dovrebbe far crescere ulteriormente il già enorme debito pubblico USA, pari a circa $ 29.000 MD (circa il 125% del PIL): si parla di nuovo debito per circa $ 250 MD. Sempre grazie al piano di investimenti, il PIL, nel 2026, dovrebbe essere più alto di circa mezzo punto.

Rimane peraltro, al momento, in “pending” l’ancor più importante Build Back Better, il piano di oltre $ 1.850 MD per le cosidette “infrastrutture umane”, vale a dire walfare e clima, per il quale si prevede una battaglia politicamente ben più aspra.

La settimana all’insegna dell’incertezza per i mercati asiatici. La borsa di Tokyo è in calo dello 0,35%, mentre Hong Kong amplifica le perdite allo 0,65%. In controtendenza Shanghai, in rialzo dello 0,20%, grazie al positivo andamento dell’export, cresciuto ben più del previsto. Inizia oggi a Pechino, tra l’altro, il plenum del Partito Comunista, che senza dubbio avrà una qualche influenza sull’andamento dei mercati cinesi.

Futures appena sotto la parità su tutte le piazze.

Dopo il + 3% di venerdì, nuovo balzo del petrolio, con il WTI in ulteriore crescita dell’1%, a $ 82.15.

Forte anche il gas naturale, a $ 5.635, + 2.16%.

Oro stabile , ben sopra i $ 1.800 (1.818).

Spread a 114,3 bp, con il rendimento del BTP intorno allo 0,90%, ben al di sotto dell’1,20% fatto segnare solo 1 settimana fa. A proposito di BTP, inizia oggi il collocamento del BTP futura, che si concluderà, salvo chiusura anticipata (improbabile) venerdì 12 pv.

Treasury a 1.46%, in diminuzione dall’1.50% di venerdì.

€/$ a 1.156, con il $ ai massimi di periodo.

Inizio settimana con il “botto” per il bitcoin, che, grazie al + 6,8% di questi minuti, si porta oltre la soglia di $ 66.000.

Ps: ancora una volta Elon Musk fa parlare di sé. L’uomo più ricco del mondo (si calcola possegga un patrimonio di $ 388 MD, cresciuto di ben il 1.700% negli ultimi 2 anni grazie alla sua partecipazione, pari al 17% del capitale (equivalente a circa $ 200MD) in Tesla) ha organizzato una sorta di referendum su Twitter tra i suoi seguaci (si calcola siano circa 63 milioni…). Il motivo, questa volta, è di ordine fiscale. Infatti, secondo l’eccentrico imprenditore sudafricano naturalizzato americano, se passasse una proposta di legge avanzata dai democratici, in base alla quale si dovrebbe tassare anche i “guadagni virtuali” legati al valore delle azioni detenute (e  non, quindi, quelli realizzati solo a fronte di una vendita “effettiva”), sarebbe costretto a vendere il 10% del proprio pacchetto azionario per ripagare il fisco.

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ultimo aggiornamento: 08-11-2021


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