Si fa un gran parlare, in questa prima parte dell’anno, del cambio di passo da parte di alcune Banche Centrali, con in testa la FED, in merito all’attuazione delle loro politiche monetarie nel tentativo di contrastare e mettere un freno alla crescita dell’inflazione. L’accelerazione sul fronte del maggior rigore mette in evidenza la “forbice” che si sta creando con la BCE, la cui posizione, per il momento, rimane attendista.

La differente posizione tra 2 delle maggiori Banche Centrali al mondo, ma senza dubbio le più influenti, trova origine, peraltro, in differenze oggettive tra le economie delle rispettive aree geografiche.

E’ tutti noto come l’inflazione viaggi, per il momento, a velocità diverse, con i prezzi saliti del 7% su base annua negli USA contro il 5% circa dell’Europa.

Ma questa è solo una, anche se forse la più facile da leggere, delle differenze.

Prendiamo, per esempio, la disoccupazione: negli USA siamo tornati, a dicembre, ad un  passo dai livelli pre-covid: se a febbraio 2020 si era al 3,5%, ora siamo al 3,9%. In Europa siamo, invece, al 7,2%: un dato, peraltro, che si può prestare ad una duplice lettura. Da una parte conferma il cronico ritardo in cui l’Eurozona si trova verso l’economia USA; dall’altra è un dato addirittura inferiore al dato del febbraio 2020, quando si viaggiava al 7,5%. Un’ulteriore conferma, quindi, della validità degli interventi di sostegno da parte della BCE, oltre che dei singoli Paesi. Ma questo è un dato medio, che nasconde la “disomogeneità” tra i singoli Stati: se la Germania, infatti, si trova su livelli americani, noi siamo al 9,2% (9,7% a gennaio 2020), la Spagna al 14,1%, la Grecia il 13,4%.

Ancora più eclatanti i numeri sul debito pubblico, soprattutto in rapporto al PIL.

A fine 2019, gli USA si trovavano a $ 19.202 MD, sceso a $ 17.258 MD nel 2020. I dati al 3° trimestre 2021 davano una proiezione pari a $ 19.479, quindi non solo è stato recuperato il gap, ma siamo andati oltre. Il rapporto debito/PIL, che, a causa dell’enorme debito creato nel periodo, era decollato al 135,9% nel 2° trimestre 2020, è sceso al 122,5% nel 3° trimestre 2021. In Europa siamo passati dal 94,4% del 2° trimestre 2020 al 98,3% del 2° trimestre 21, dopo aver toccato anche il 100%. Anche qui, le differenze tra un Paese e l’altro sono abissali: si fa dall’Olanda (54,2%, addirittura inferiore al periodo pre-covid) e l’Irlanda (59,1% dal 62,1% pre-covid), alla Grecia (207,2%) e all’Italia (156%), seguite da Spagna (122,8%) e Francia (114,6%). La Germania è al 69,7%, dal 66,4% del febbraio 2019.

Tutti questi numeri aiutano meglio a capire, pertanto, il motivo per cui le i 2 organismi monetari si trovano oggi su posizioni diverse e debbano da una parte premere maggiormente sull’acceleratore e, dall’altra, lavorare di più sulla “frizione”, cercando di evitare stalli che potrebbero essere fatali ad economie ancora fragili e alle prese con evidenti problemi di bilancio.

Oggi mercati statunitensi chiusi per festività. Nella notte sono usciti i dati sul PIL cinese, che conferma la buona salute del “dragone”: a fronte di attese per un 3,3% per il 4° trimestre, l’economia è salita del 4%, che segue il precedente 4,9%. In aumento anche la produzione industriale, cresciuta del 4,3%, sopra le aspettative.

Festeggia la borsa di Shanghai, in rialzo dello 0,58%; bene anche Tokyo, che sale dello 0,74%, mentre Hong Kong scende dello 0,80%.

Pur se Wall Street, come detto, è chiusa, i futures sono appena negativi, mentre in Europa trattano intorno alla parità.

Ancora in rialzo il petrolio, con il WTI oramai a ridosso dei $ 85,00 (84,55).

Gas naturale a $ 4,321, + 1,22%.

Stabile l’oro, a $ 1.821.

Poco mosso lo spread, sempre tra i 135 e i 140 bp (137,70); rendimento BTP a 1,30%.

Treasury a 1,79%.

€/$ a 1,142.

Bitcoin a $ 42.870, – 0,82%.

Ps: si è dunque conclusa la “telenovela” sulla partecipazione di Novak Djokovic agli Open d’Australia nel modo forse più ovvio (e normale). Quello che non è normale è che la sentenza abbia assunto un significato politico che forse va anche oltre la contrapposizione vax-no vax, vale a dire la tensione tra l’Australia e la Serbia. E se il campione serbo esce “con le ossa rotte” dalla vicende, certamente anche il Comitato organizzatore (Tennis Asutralia) non ne esce bene.

Riproduzione riservata © 2022 - EFO

ultimo aggiornamento: 17-01-2022


I rischi dell’Italia

Parliamo ancora una volta di inflazione