2,01%.

Oggi questo semplice numero basterebbe per spiegare la particolare situazione che stiamo vivendo: è il tasso di interesse sui mutui rilevato dalla Banca d’Italia a marzo. E’ il livello massimo da 3 anni a questa parte: a febbraio eravamo all’1,85% e c’è da scommettere che il dato di aprile sarà ancora più alto. Discorso analogo per i finanziamenti alle imprese, saliti, sempre a marzo, all’1,23% dall’1,09% di febbraio.

Aumenti che si aggiungono a quelli ben superiori fatti registrare da tutte le materie prime, prima causa dell’impennata, da 1 anno a questa parte, dell’inflazione. Proprio oggi, peraltro, sono attesi i dati USA: il “consensus” si attende una riduzione all’8,1% dall’8,5% della rilevazione precedente. Un dato sempre pericolosamente elevato, ma che potrebbe stare ad indicare che il “picco” è stato raggiunto e che, grazie anche ai provvedimenti avviati dalla FED, potremmo assistere, nei mesi futuri, ad una progressiva diminuzione. Se così fosse, l’atteggiamento della Banca Centrale potrebbe assumere dimensioni meno aggressive, allontanando il rischio di una ulteriore impennata dei tassi (nei giorni scorsi l’ipotesi, avanzata dal Presidente della FED di St. Luis, di un rialzo, a giugno, dello 0,75%, è stata la principale causa dell’ondata di vendite che si è abbattuta sui mercati).

Impennata che invece appare sempre più probabile in Europa, dove, ricordiamo, la BCE per il momento ha preferito non muoversi, almeno per quanto riguarda aumenti dei livelli di tasso, ancora “nominalmente” negativi (- 0,50%). Certamente le parole del “principale azionista” della Banca Centrale Europea, vale a dire la Bundesbank tedesca, attraverso il proprio Presidente, Joachim Nagel, che in una dichiarazione ha affermato che, in considerazione dell’alto livello i cui si trova l’inflazione europea, “dobbiamo agire”, lascia poco spazio alle interpretazioni: se a giugno dovessimo quindi trovarci ancora in situazioni simili, sosterrà il processo di “normalizzazione” dei tassi. L’ipotesi è di almeno un paio (se non 3) di aumenti, che porterebbero i tassi europei a zero, se non in territorio positivo dopo 8 anni in negativo. Siamo certamente ben lontani da quanto sta avvenendo in USA (dove siamo già allo 0,75%-1%), ma la strada sembra segnata. Come dimostra la cessazione, a marzo, del piano di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) da € 1.875MD, mentre anche l’ancor più rilevante APP (Asset Purchase Programme) da € 3.200MD sta per avviarsi al termine. Manovre che hanno fatto “lievitare” il bilancio della BCE a € 8.800MD, molto vicino a quello della FED Usa ($ 9.000 MD). Sta pertanto prendendo piede anche in Europa la riduzione del bilancio della Banca Centrale (in USA la FED ha già detto che si procederà alla vendita di titoli per circa $ 95MD mese), manovra che dovrebbe ridurre la quantità di titoli posseduti a € 8.200MD per fine anno, per poi scendere a € 6.900 MD entro il 2023.

Qui nasce il principale fattore di rischio per il nostro Paese, il più esposto alla speculazione, schiacciato com’è da € 2.700 MD di debito pubblico. Venendo meno “la mano amica” della BCE e dovendo emettere nuovo “debito” per almeno € 400MD, sarà più difficile per il Tesoro “piazzare” i nostri titoli. Il “prezzo da pagare” già lo vediamo in queste settimane (i mercati si muovono sempre in anticipo rispetto al “momento” in cui le decisioni verranno confermate), con lo spread oramai stabilmente intorno ai 200bp e il rendimento del decennale oltre il 3%. Da qui, evidentemente, le “pressioni” sulla Banca Centrale affinchè si arrivi alla creazione di uno “scudo” sugli spread che possa difendere i Paesi più deboli (e più esposti) da rialzi che potrebbero creare seri pericoli alla stabilità finanziaria.

Le chiusure positive degli indici americani di ieri sera trainano, questa mattina, quelli asiatici, che si muovono finalmente all’unisono, anche se con percentuali diverse. Nikkei + 0,18%, mentre la Great China si muove a ritmi superiori, con Hong Kong a + 1,33% e Shanghai + 0,99%.

I Futures positivi lasciano pensare ad una giornata che dovrebbe aprirsi all’insegna dei rialzi.

Petrolio che continua il recupero, con il WTI a $ 102,46, + 2,61%.

Gas naturale che sembra aver superato lo shock dei giorni scorsi, in cui era arrivato a perdere oltre il 20% del proprio valore: questa mattina si porta a $ 7,529, + 1,84%.

Ancora debole l’oro, a $ 1.843.

Spread, come detto più sopra, “ancorato” a 200bp; recuperano leggermente i BTP, che, grazie alla riduzione del rendimento del bund (vicino all’1%), fanno segnare un rendimento del 3%.

€/$ stabile, a 1,0545.

Bitcoin che non si smuove da area $ 31.000, sempre in prossimità dei minimi di periodo.

Ps: il periodo della “liquidità facile” starà pur finendo. Ma che la liquidità sui mercati sia sempre enorme è un dato certo. Quanto successo ieri all’asta di Christie’s ne è, seppur indirettamente, una conferma. Il ritratto di Marilyn Monroe di Andy Warhol è stato venduto per $ 195ML, diventando l’opera d’arte del XX secolo più costosa di sempre. L’asta è durata solo 4 minuti, periodo sufficiente per toccare quel prezzo. Ben lontano, certo, dai $ 450,3ML a cui, nel 2017, era stato venduto il Salvator Mundi di Leonardo da Vinci, ma comunque “un bel prendere”…

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ultimo aggiornamento: 11-05-2022


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