Nella nota di ieri si faceva riferimento all’invecchiamento della popolazione italiana (fenomeno, peraltro, che interessa molte economie sviluppate) e ai relativi risvolti in tema di costi sociali, dove la punta dell’iceberg è rappresentata dalla sempre maggiore incidenza delle prestazioni pensionistiche sul PIL, con un assorbimento di risorse che penalizza gli investimenti.

Emergono oggi altri numeri che confermano la gravità della situazione per il nostro Paese. L’Istat, nel comunicare i dati del suo ultimo rapporto demografico (riferito al 2020), fotografa una popolazione sempre più anziana e sempre meno numerosa. A fine anno scorso, il numero degli abitanti è ulteriormente sceso, allontanandosi dai 60.000.000 e avvicinandosi ancor di più ai 59 ML (59.236.213 per l’esattezza, – 405,275, vale a dire lo 0,7%). A fronte di 405.000 nuove nascite, abbiamo avuto 740.000 persone decedute, con un aumento, a causa del Covid, del 16,7% vso l’anno precedente (ma nel nord-ovest l’aumento è stato di ben il 30,2%). Un ulteriore fattore contributivo è stata l’emigrazione, che ha portato molti connazionali a lasciare l’Italia verso Paesi stranieri. Solo nel 1918 avevamo avuto un calo maggiore, a causa della concomitanza della guerra e, soprattutto, dell’epidemia spagnola, che, con circa 650.000 mila decessi, aveva provocato oltre la metà delle morti complessive, con un saldo negativo pari a circa 648.000 individui.

Ci confermiamo, come già descritto ieri, sempre più “un Paese per vecchi”: se nel 1971 il rapporto tra popolazione anziana e infantile era sostanzialmente in parità (1,1), oggi siamo a 5,1 anziani ogni bambino (solo 10 anni fa  il rapporto era 3,8). E sale ancora l’età media, che si attesta a 45,4 anni verso i 45 dell’anno precedente. Ma ciò che preoccupa ancor di più sono le previsioni: alla fine di quest’anno si prevede che le nascite scenderanno ben sotto le 400.000 unità, attestandosi intorno alle 385.000, record negativo da che si ricordino queste statistiche.

Numeri che fanno riflettere e che non possono lasciarci indifferenti.

Al di là della conclusione più evidente (una popolazione sempre più anziana, oltre che meno numerosa), tanti sono i motivi che ci devono far riflettere per gli impatti sociali ed economici che possono avere. Da che mondo è mondo, non si è mai visto un Paese crescere e svilupparsi se non è accompagnato dalla crescita demografica e dall’abbassamento (o, per lo meno, il mantenimento) dell’età media dei propri abitanti. Secondo le previsioni, a questi ritmi nel 2050 la popolazione italiana potrebbe essere pari a circa 54 ML di abitanti. Aumento della popolazione significa aumento della forza lavoro, nuove nascite significano investimenti nel futuro, a partire dall’istruzione, età media che si abbassa anziché crescere vuol dire stili di vita più dinamici, che a loro volta significano, molto banalmente, “economia in movimento”. Sempre molto banalmente, il declino demografico significa, nel medio termine, proiettarci in una società con meno scuole, meno cinema, meno teatri, minori viaggi e impianti sportivi, paesi sempre più disabitati. Per non parlare degli investimenti nelle attività economiche, con particolare riguardo alle tecnologie.

Tralasciando i temi “sociologici” e guardando, invece, a quelli più macro economici e finanziari, in questi giorni non può sfuggire come la “business community” cominci a guardare con occhi sempre più preoccupati l’evolvere della situazione politica italiana. Molti analisti e testate giornalistiche finanziarie (ultimo in ordine di tempo The Economist) esprimono le loro preoccupazioni nel caso in cui il Presidente Mario Draghi lasciasse l’incarico di Premier per assumere quello di Capo dello Stato. “Trasloco” che metterebbe a rischio la continuità dell’azione di Governo e l’attuazione delle riforme avviate: in chiave PNRR potrebbe voler dire mettere a rischio gli aiuti stanziati dall’Europa e, forse ancor più grave, annullare quanto di buono è stato fatto in questi 10 mesi, facendo ripiombare il Paese nell’inaffidabilità, nell’instabilità politica e, quasi sicuramente, ponendo fine alla “ripartenza”. Qualche segnale in tal senso lo possiamo percepire dall’andamento dello spread, che, in questi giorni, si è riportato a 135 bp, un livello che non vedeva da molti mesi (a dire il vero ha contribuito anche il “sentiment” dei mercati, che iniziano a vedere anche per l’area un inasprimento delle politiche monetarie più accelerato da parte della BCE per porre freno all’inflazione).

Giornata negativa quella di ieri sui mercati, quasi ovunque sotto la parità. Fa eccezione il nostro indice Ftse Mib, che ha chiuso in, seppur modesto, terreno positivo (+ 0,25%).

La debolezza è continuata nella notte asiatica, con ribassi diffusi: Nikkei – 1%, Shanghai – 0,18% (sostenuta dai nuovi, massicci interventi della Banca Centrale a difesa del cambio), Hang Seng – 1,35%, con Evergrande ormai da molti osservatori (tra cui gli analisti di Fitch) considerata di fatto in default.

Futures USA frazionalmente positivi, mentre in Europa sono orientati alla discesa.

Petrolio in leggero calo, con il WTI a $ 70,76 (- 0,35%), dopo che ieri ha perso il 2%.

“Tiene” il gas naturale, che sale dell’1,28% a $ 3,872.

Oro a $ 1.773, – 0,25%.

Lo spread riparte dai valori di ieri (134 bp), con il BTP sempre all’1%. Stabile anche il Treasury, intorno all’1.50%.

€/$ sempre sullo “spartiacque” 1,13 (1.1295).

Ancora in calo il Bitcoin, che si appresta a chiudere la settimana lontano da quota $ 50.000: questa mattina tratta a $ 47.700, – 4%.

Ps: che il fumo faccia male ormai è cosa ben nota. Ma forse non quanto invece è noto al Governo della Nuova Zelanda. Ieri, infatti, ha annunciato un disegno di legge che, in maniera molto “dissuasiva”, se approvato, a partire dal nuovo anno, ad una drastica riduzione del consumo di tabacco. Gradualmente, per es, i rivenditori di sigarette (oggi circa 8.000 in tutto il Paese) scenderanno a non più di 500 nel 2025. Per arrivare, nel 2027, al divieto di vendere tabacco ai nati dal 2008: un divieto che durerà per tutta la loro vita. Un sessantenne, nel 2073, quindi, continuerà ad avere le stesse restrizioni…

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ultimo aggiornamento: 10-12-2021


Questo non è un Paese per vecchi. Anzi, no.

Inflazione: ancora e sempre lei