4,10%. Questo il rendimento offerto ieri dal nostro BTP decennale: un livello che non conosceva dal 2013, quando l’Europa, a fatica, cercava di uscire, grazie all’aiuto di Draghi, all’epoca Presidente della BCE, dall’attacco della speculazione contro l’ €.

Peraltro, l’allargamento dello spread non si è limitato solo al nostro Paese, per quanto da noi il “peso” sia (a parte la Grecia, fanalino di coda con 278 bp) ben superiore a quello di tutti gli altri Paesi dell’area: ieri si è fermato a 248 bp, con la Spagna a 136 e il Portogallo a 137. Se a 248 aggiungiamo l’1,63%, il rendimento offerto ieri dai bund tedeschi, ecco che arriviamo al 4,10%, e la “frittata” è fatta.

E’ opinione diffusa che il rialzo dei rendimenti e, ancor di più, la forte caduta dei listini (anche ieri in deciso ribasso, con quelli americani che, almeno da un punto di vista strettamente numerico e statistico sono entrati nella fase “orso”, visto il calo dello S&P 500 maggiore del 20% dall’inizio dell’anno), sia derivata dall’ennesimo errore di comunicazione della Lagarde, non nuova a questi inciampi (il più clamoroso quando, ai primi di marzo del 2020, appena scoppiata la pandemia con il successivo, drammatico, crollo dei mercati, si affrettò a dichiarare che “la BCE non era lì per controllare l’allargamento degli spread”).

Questa volta due sono stati le cause del “deragliamento”: la prima, quella di aver sostenuto, sino al giorno prima della comunicazione, che l’inflazione era tutto sommato ancora sotto controllo e che, per quanto si rendesse necessario un intervento sui tassi, questo sarebbe, nella prima fase, stato “modulato” in rialzi (luglio e settembre) dello 0,25% cadauno, salvo poi affermare che quello di settembre, con buone probabilità potrebbe anche essere dello 0,50%, generando quindi sfiducia sulle capacità previsionali e di attendibilità da parte del massimo organismo monetario europeo. La seconda, aver fatto intendere, sempre nei giorni precedenti, che la Banca Centrale stava iniziando a preparare un vero e proprio “scudo” per evitare la “frammentazione” (un termine più “moderno” per dire che i Paesi più fragili, come sempre, sono quelli più esposti agli attacchi di chi vuole “speculare” sulla loro debolezza, affossandoli sempre di più). Salvo poi non dare alcun riscontro tangibile sull’effettiva creazione dello strumento. Da qui la necessità di correre ai ripari, affermando che la “BCE  è pronta, come nel caso della pandemia e del relativo piano Pepp, a mettere in campo un nuovo “bazooka” in grado di fermare l’allargamento degli spread, allargamento che causerebbe interventi ancora più restrittivi e quindi penalizzanti per l’economia di tutta l’area € e ancor di più dei Paesi direttamente interessati.

Una cosa dovrebbe spingere la Banca Centrale ad assumere un atteggiamento più “costruttivo”: se all’epoca della famosa “crisi dell’€”, circa una decina di anni fa, solo il 54% degli italiani era favorevole all’, oggi la percentuale è cresciuta al 72%, probabilmente complici anche le difficoltà in cui si è venuta a trovare la Gran Bretagna in seguito alla Brexit.

Per quanto riguarda gli indici azionari, stanno pagando il timore dell’arrivo di una recessione, se non addirittura della stagflazione (recessione accompagnata da alta inflazione), che metterebbe a repentaglio la crescita, l’occupazione, i consumi, facendo cadere il mondo in una spirale negativa come quella che si era verificata negli anni 70. Peraltro, anche qui, un elemento potrebbe “frenare” il pessimismo dominante: molti analisti continuano a prevedere, per il 2022, una crescita degli utili aziendali, rispetto alle previsioni di inizio anno, del 9%. Questo elemento, unitamente al fatto che il rapporto “prezzo/utili”, uno dei principali indicatori sulla convenienza o meno di acquistare titoli azionari, è oggi nettamente più favorevole rispetto anche a soli pochi mesi fa.

Questa mattina i mercati asiatici cercano una reazione: solo il Nikkei è negativo, seppur stai risalendo la china verso i minimi di giornata – siamo a – 1,3% -, mentre sia Shanghai (+ 0,78%) che Hong Kong (+ 0,46%) si sono portati in territorio positivo.

I futures preannunciano una giornata di recuperi, con rialzi nell’ordine dell’1,2%-2%.

Segnali positivi arrivano dal petrolio, con il WTI che si porta a $ 121,74 (+ 0,58%).

Leggermente debole il gas naturale Usa, a $ 8,574 (- 0,59%).

Oro stabile a $ 1.831 (e anche questo potrebbe essere letto come un segnale di “armistizio” per i mercati).

Recupera lo spread, che scende a 243 bp dai 248 bp di ieri.

Rendimento del BTP, come detto in apertura, al 4,10%, ma questa mattina si è portato verso il 4%.

Sempre ieri, sul mercato statunitense, per qualche momento abbiamo vissuto, ancora una volta, “l’inversione della curva”, con il tasso del treasury a 2 anni che aveva superato quello del treasury a 10 anni, 3,38%, toccando addirittura il per poi stabilizzarsi ad un livello di 10 bp inferiori.

Non molla la presa il $: questa mattina lo troviamo a 1,044 verso €.

Continuano a soffrire le criptovalute, con il Bitcoin sotto i $ 23.000 (22.625).

Grazie come sempre per l’attenzione.

Ps: un’altra buona notizia per la cultura italiana. Ieri, ai Tony, gli Oscar per il Teatro a New York, Stefano Massimi, con il suo Lehman Trilogy, ha vinto ben 5 premi (miglior opera teatrale, miglior regia, miglior progettazione luci, opera più originale, miglior attore).

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ultimo aggiornamento: 14-06-2022


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