Con il $ quasi sulla parità verso (questa mattina tratta a 1.024, come non accadeva da quasi 20 anni) una cosa è certa: che l’inflazione la “importiamo”. Non va dimenticato, infatti, che quasi tutte le materie prime vengono pagate in $. Vero che negli ultimi giorni le materie prime, soprattutto quelle energetiche, qualche ribasso lo hanno avuto (ieri il petrolio ha perso circa l’8%, sui timori di una riduzione della domanda – e quindi dei consumi – per via del probabile arrivo della recessione), ma siamo ben oltre ai livello di prezzo soltanto di qualche mese fa.

Una situazione a dir poco “perversa”, che mette di fronte la BCE, principale attore nella lotta per riportare l’inflazione in una “no risk zone”, a scelte complicate. In Europa l’aumento dei prezzi non è dovuto, come negli USA, al surriscaldamento dell’economia, ma quasi esclusivamente alla crescita del costo dell’energia. Ben poco può fare, in simili condizioni, il rigore monetario, la cui valenza è ben più grande quando è necessario “raffreddare” i consumi. Consumi che da noi sono ben lontani dalla soglia che indica “pericolo” (basta chiedere alle concessionarie auto, che, complice anche le difficoltà a ricevere gli approvvigionamenti, si trovano a fare i conti con vendite sempre inferiori, ma discorso analogo può valere anche per altri settori), per cui alzare i tassi vuol dire alzare, per esempio, il costo del denaro e quindi, come è ovvio, la spesa per i mutui. Da qui una ulteriore diminuzione del reddito disponibile per le famiglie, che saranno ancora più attente ai consumi, ovvero ad una riduzione delle transazioni immobiliari, molte delle quali avvengono “a debito”. E se diminuiscono le transazioni immobiliari ecco che diminuiscono i prezzi delle case, etc etc etc. Ecco perché si sta facendo largo una scuola di pensiero in base alla quale la BCE allenterà la “presa” sui tassi (che in realtà deve ancora iniziare….): sempre più probabile, pertanto, che il rialzo già deciso per il 21 luglio sarà dello 0,25% (si era arrivati ad ipotizzare lo 0,50%). Cosa analoga a settembre, data in cui è previsto il secondo ritocco: anche per allora si inizia a ritenere che un aumento dello 0,25% sia sufficiente per “tenere a bada” l’inflazione. Immediata la “trasmissione” sui tassi dei bond, con discese evidenti dei rendimenti. I bund tedeschi sulla durata anni, per es, solo ieri sono scesi dallo 0,62% allo 0,43%. Il decennale è passato dall’1,34% all’1,17%. Segno evidente che gli operatori ritengono che sia sulle scadenze brevi che su quelle più lunghe gli interventi della BCE non saranno così “potenti”.

Diversamente da quanto succede negli USA, dove invece la FED è praticamente con “le spalle al muro” e si da per scontata una politica monetaria ben più aggressiva. Motivo per cui il differenziale di tasso tra i bond governativi delle 2 aree si è allargato su tutte le durate, a favore, ovviamente, delle emissioni americane, i cui rendimenti, se prendiamo a riferimento i 2 anni, superano quelli europei di circa 235 bp.

Si spiega anche così (oltre alla forza dell’economia) la forza del biglietto verde, ormai prossimo alla parità: è ovvio che più aumentano i differenziali tra le 2 aree più sarà conveniente investire in titoli americani, che, essendo espressi, come ovvio, in $, implicano acquisti sempre maggiori di quella valuta. Ma l’aumento dei tassi non è l’unico strumento che le autorità USA potrebbero mettere in atto. Infatti, pare che l’amministrazione Biden (in crisi di popolarità, con il Presidente Biden che è sceso al 38% di gradimento, fatto che preoccupa molto il Partito Democratico in vista delle elezioni di “mid term” di novembre, che vedono favoriti i Repubblicani) stia studiando l’ipotesi di ridurre i dazi voluti da Trump nel 2019 nei confronti di un grandissimo numero di prodotti cinesi, con percentuali dal 7,5% al 25%, e per un valore complessivo stimato di circa $ 370MD. Quasi un’arma “non convenzionale” che permetterebbe di abbassare il costo del “carrello della spesa” delle famiglie americane e, con molta probabilità, risalire la china verso l’elettorato americano.

Ieri, come noto, si è tenuto il 1° vertice intergovernativo Turchia-Italia, con la presenza, oltre che di Draghi, dei 5 ministri più rappresentativi del nostro Governo. Un vertice che conferma il ruolo quasi “strategico” della Turchia in questa difficile fase storica. Già si è detto del ruolo di “mediatore” di Erdogan, che ha annunciato che in questi giorni sentirà nuovamente Putin e Zelenskji. Ma forse un aspetto può ulteriormente connotare l’importanza dell’incontro: sul territorio turco passano ben 1840km del gasdotto Trans Adriatic Pipeline (il famoso TAP tanto contestato, negli anni scorsi, dai nostri ambientalisti…) che traporta il gas dall’Arzebaigian, attraversando l’Adriatico, all’Italia…

La giornata si apre sotto il segno meno per le piazze del Far East. I cali vanno dall’1,20% del Nikkei all’1,73% di Shanghai all’otre 2% (per il momento) di Hong Kong. A pesare il nuovo “editto” delle autorità cinesi in merito a nuovi test di massa in 9 distretti di Shanghai.

Si muovono sopra la parità i futures europei, in scia alla chiusura positiva di ieri sera del Nasdaq e al recupero dello S&P 500, appena sopra la parità, mentre al momento sono in ribasso quelli USA, in calo di circa mezzo punto.

Cerca il recupero il petrolio, con il WTI  che si riporta sopra i $ 100 (100,55, + 0,95%).

Sale anche il gas naturale USA, a $ 5,579; megawattora a € 165 circa, dopo una “puntata” a € 175.

Si ferma la discesa dell’oro, a $ 1.766, ai minimi da inizio anno.

Spread a 205bp; la forza del Bund “aiuta” il nostro BTP, con il decennale ad un rendimento intorno al 3,20/3,25%.

Non si ferma, come detto, il rafforzamento del $: questa mattina tratta a 1,0266.

Bitcoin sempre “sospeso” in area $ 20.000: siamo a $ 19.959, – 2%.

Grazie come sempre per l’attenzione.

Ps: detta in parole povere, per circular economy si intende la possibilità di produrre riducendo i consumi (di materie prime e energia) praticamente a zero. Avere quindi la possibilità di crescere in maniera più “libera”, senza dipendere (cosa di cui forse mai ci eravamo resi conto come in questo periodo) da altri. Un circolo virtuoso che può realizzarsi grazie a diversi fattori: riduzione degli sprechi, riutilizzo dei prodotti, riciclo dei rifiuti. Bene, secondo alcuni studi l’Italia è il Paese europeo più virtuoso, con il più alto tasso di riciclo sul totale dei rifiuti, pari al 79,4%. Un valore ben superiore alla media europea, pari al 48,6%. E ben sopra la Germania, ferma al 69,1%, o alla Francia, al 66,2%. A volte ci sorprendiamo da soli….

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ultimo aggiornamento: 06-07-2022


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